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Perché Trump è destinato a vincere le elezioni Usa se Wall Street non lo tradisce

Solo una frenata violenta dell’economia preceduta o seguita da un tonfo di Wall Street potrebbe mettersi di traverso al suo rientro alla Casa Bianca nel 2021. L’Europa ha il problema di digerire altri 4 anni di Trump

di Redazione 13 Gennaio 2020 09:31

Ricapitoliamo. Con un colpo solo Trump ha fatto fuori il capo militare delle scorribande estere dell’Iran Soleimani e il suo sodale iracheno Abu Mahdi al-Muhandis, capo delle milizie sciite anti-americane in Iraq. Sui media occidentali è stato un coro: sarà un boomerang, ora Teheran avrà la scusa legittima per attaccare obiettivi occidentali in tutto il mondo, con il vantaggio collaterale di compattare un’opinione pubblica interna in fermento per la crisi economica, che invece l’ultima raffica di sanzioni Usa dovrebbe aggravare. L’unica vittima sinora della reazione missilistica iraniana è stato per ammissione della stessa Teheran un innocente Boeing ucraino carico di studenti universitari con passaporto canadese di origine iraniana diretto a Toronto via Kiev, mentre i danni alle basi degli americani in Iraq praticamente non ci sono stati. Due giorni dopo Trump si è permesso il lusso di irridere i leader iracheni sventolando un ramoscello d’ulivo e parlando di pace, dopo avergli decapitato la pericolosissima armata dei Quds, guidata appunto da Soleimani.

EUROPEI SPIAZZATI, CANDIDATI DEMOCRATICI AMERICANI ANCORA DI PIÙ


Gli europei sono completamente spiazzati e soprattutto sparpagliati, mentre al confine Sud il turco Erdogan sta cercando di rimettere insieme qualche vecchio pezzo dell’Impero Ottomano in Libia dopo aver strappato una specie di protettorato sulla Siria sotto l’occhio benevolo di Putin. Gli americani che non amano Trump e vorrebbero sostituirlo a novembre con un Democratico sembrano ancora più spiazzati. Bernie Sanders, uno dei favoriti per le primarie insieme a Elizabeth Warren e Joe Biden, ha paragonato l’uccisione di Soleimani all’eliminazione dei dissidenti politici nella Russia di Putin. Con argomenti del genere non solo le presidenziali non si vincono, ma si fanno scappare i potenziali elettori. La Warren ha balbettato ma ammesso che Soleimani era un ‘terrorista’. Biden si è aggrappato all’argomento che Trump è un mentitore seriale e quindi non può essere creduto quando dice che Soleimani rappresentava una minaccia imminente.

SE L’AMERICA DOVESSE LASCIARE L’IRAQ NON SAREBBE PER FORZA UN RISCHIO


Sfortunatamente per Biden la prova l’ha fornita lo stesso Soleimani, che ha passato le ore e i giorni precedenti la sua uccisione a organizzare gli attacchi contro postazioni americane in Iraq e soprattutto l’assalto all’ambasciata americana di Bagdad da parte di attivisti sciiti filo-iraniani insieme a al-Muhandis. Quest’ultimo episodio deve aver fatto scattare l’allarme rosso alla Casa Bianca: il rischio di andare alle elezioni con un’ambasciata sequestrata piena di americani come capitò a Jimmy Carter una quarantina di anni fa. L’inettitudine dell’allora presidente americano nella gestione di quella crisi stese un tappeto rosso all’elezione di Ronald Reagan nel 1980. Ora gli americani dovranno lasciare l’Iraq? Magari neanche questo dispiacerebbe a Trump. Metterebbe fine alla dissennata avventura di Bush figlio che in vent’anni è costata migliaia di vite americane e la regione resterebbe comunque presidiata da due alleati armati fino ai denti come Arabia Saudita e Israele con il sostegno economico non trascurabile di altri importanti alleati come Emirati e Kuwait.

LA STORIA DI BUSH SENIOR RICORDA CHE NON BASTANO I SUCCESSI MILITARI A VINCERE I VOTI


La storia però ci ricorda che non bastano i successi sullo scacchiere internazionale e la forza di deterrenza per vincere la Casa Bianca. L’asso che serve per vincere la partita si chiama economia e il jolly sono i mercati finanziari, a cominciare da Wall Street. Ne fece l’esperienza Bush padre, che dopo aver stravinto la prima Guerra del Golfo nel 1991, con il generale Schwarzkopf portato in trionfo nelle strade di Manhattan come un imperatore romano, perse contro Bill Clinton nel 1992 a causa della contemporanea recessione, durata solo 8 mesi e non particolarmente dura, ma abilmente sfruttata dal candidato democratico con il famoso slogan ‘it’s the economy, stupid!’. La recessione era stata preceduta da un pessimo andamento di Wall Street dovuto proprio allo stress della guerra e al caro petrolio conseguente, per cui l’elettore americano era preoccupato sia per la propria situazione economica sia per quella dei suoi investimenti e fondi pensione.

Il Vix, indice che misura la paura a Wall Street, non teme i missili iraniani


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ECONOMIA E WALL STREET CONTINUANO A CORRERE, FORSE LA SECONDA UN PO’ TROPPO


Oggi Wall Street continua a macinare record e l’economia a mandare segnali positivi. Ultimo venerdì scorso con una creazione di posti di lavoro robusta a dicembre anche se un po’ sotto le attese. Trent’anni fa il mercato anticipò e forse anche causò la recessione. Ma allora c’era stata la guerra. Ora la mossa preventiva di Trump sull’autostrada per l’aeroporto di Bagdad sembra aver spento sul nascere la scintilla di un possibile conflitto. Ma la tenuta di economia e mercato azionario dipendono da molti altri fattori. Oggi il rischio maggiore sembra quello di una Wall Street che sta andando forse troppo veloce, sicuramente un passo che non può tenere sulla distanza di 12 mesi. La recessione invece non è all’orizzonte. Ma uno scivolone violento e soprattutto prolungato del mercato azionario potrebbe indurla. La Fed saggiamente sta tenendo munizioni da parte nel caso serva usarle, e in questo sta facendo gioco di squadra con Trump, sperando che se ne accorga.

BOTTOM LINE


Nel 2016 nessuno scommetteva su Trump e Hillary Clinton era data vincente sicura anche dopo la chiusura delle urne. Il 10 gennaio il traking giornaliero del Rasmussen Report dava un tasso di approvazione totale per Trump al 48%, quattro punti sopra quello di Obama lo stesso giorno del 2012, anno della sua rielezione per il secondo mandato. Sembra proprio che The Donald sia condannato a vincere, a meno che non decida lui di perdere.

 
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