La Germania che rallenta è un incentivo alla Brexit?

La Germania fatica a continuare a crescere più degli altri grazie alla forza dell’export, il resto d’Europa dovrà forse trovarsi un nuovo modello. E qualcuno comincia a pensare che la Brexit aiuterà Londra a far meglio del resto della UE.

Da locomotiva a vagone di coda che frena tutto il convoglio? Un modello di crescita sostenibile da imitare o una strada da evitare perchè alla fine schiaccia redditi e consumi? Sono interrogativi che circolano sempre più fra economisti e osservatori, soprattutto in Gran Bretagna, dove un nuovo referendum potrebbe riaprire le porte dell’Europa ma dove anche un esempio tedesco negativo potrebbe persino indurre a rivotare per la Brexit. Finora l’economia tedesca è riuscita ad evitare di entrare in recessione, e probabilmente continuerà ad evitarla anche nel 2019. Ma sembra abbastanza sicuro che gli anni dell’alta crescita sostenuta dalle esportazioni siano ormai alle spalle. Recentemente il britannico e conservatore Telegraph ha pubblicato un’analisi impietosa del modello tedesco, basato sull’attitudine al risparmio e alla parsimonia, fondato su solide imprese manifatturiere capaci di generare un enorme surplus commerciale, un’economia teutonica che sembra incarnare tutte le virtù possibili.

VISSUTA DI RENDITA SULLE RIFORME DI SCHROEDER

La forza delle esportazioni tedesche si è basata finora sulla produttività superiore dell’economia, conseguita nel 2004 grazie alle riforme del lavoro del cancelliere Gerard Schroeder che hanno prodotto bassi salari ma anche bassa disoccupazione e altissima competitività internazionale, su cui la cancelliera uscente Angela Merkel ha vissuto di rendita per una quindicina d’anni senza toccare praticamente nulla di quanto fatto dal suo predecessore e concentrandosi sulla pigrizia e l’imprevidenza dei vicini di casa incapaci di ispirarsi e sposare le virtù germaniche. Un modello che nonostante i bassi salari ha prodotto un tenore di vita relativamente alto, grazie alla bassa disoccupazione, ai prezzi bassi dell’immobiliare, a un sistema educativo organizzato quasi militarmente che indirizza al posto di lavoro fin dall’adolescenza e a una rete crescente di medie imprese innovative tutte orientate all’export.

Produttività del lavoro nell’Eurozona (1° trimestre 1999 = 100)
Produttività del lavoro nell’Eurozona (1° trimestre 1999 = 100)

INVESTIMENTI DOVE SI PAGANO MENO TASSE

Ci sarebbe da chiedersi se questo vantaggio competitivo esisterebbe lo stesso se al posto dell’euro condiviso con partner molto più deboli ci fosse il vecchio Deutschmark, moneta egemone dalla forza incontrastata in Europa. Le imprese tedesche proteggono la propria competitività anche in un altro modo, investendo pesantemente in impianti all’estero, soprattutto nell’Est europeo dove i salari non sono pagati in euro e dove le tasse sono molto più basse mentre i vincoli regolatori sono meno stringenti. Uno dei motivi per cui il meccanismo si sta inceppando si chiama Cina, la cui economia in continuo boom negli ultimi 10 anni è stata affamata di auto e macchinari prodotti in Germania. Ora la Cina non solo sta rallentando, anche a causa delle tensioni commerciali con gli americani, ma sta convertendosi da economia sostanzialmente esportatrice a economia più fondata sui consumi interni e sui servizi.

Mercati supportati da emergenti più tonici

Mercati supportati da emergenti più tonici

PER SOSTENERE IL PIL SERVIREBBERO I CONSUMI

Se l’export smette almeno in parte di essere il motore della crescita tedesca, allora tocca al consumatore tedesco farsi sotto, risparmiare un po’ di meno e spendere di più in consumi per far continuare a girare a pieno ritmo la colossale macchina produttiva nazionale. Una rivoluzione alla quale forse non sono pronti. Il PIL tedesco è fatto per il 52% di consumi, quello francese per il 54%, quello italiano per il 62%, quello britannico per il 63%, quello americano per il 68%. Per ri-bilanciare la minor crescita generata dall’export i consumatori tedeschi dovrebbero mettere pesantemente mano al portafoglio e al conto in banca. Lo Stato potrebbe aiutarli riducendo una pressione fiscale molto alta, ma verrebbe meno al dogma dei surplus di bilancio e dei conti pubblici in continuo miglioramento. Un altro punto debole dell’economia tedesca si chiama auto, un settore già pesantemente colpito dal dieselgate ma in prospettiva più vulnerabile rispetto ad altri grandi produttori dalla rivoluzione in arrivo dell’auto elettrica.

Video – Nel 2019 una crescita più vulnerabile

Nel 2019 una crescita più vulnerabile

E SE LA BREXIT DIVENTASSE UN VANTAGGIO?

E qui torniamo per forza alla Brexit e al modello di crescita dell’economia europea. Se quello tedesco funziona meno, con che cosa potremmo sostituirlo? E i britannici quanto sono pronti a resistere alla tentazione di rimettersi nel filone europeo di un’economia dal futuro incerto invece di abbracciare magari il modello a loro più vicino culturalmente del Nord America, dove non ci sono solo gli USA? Il PIL del Canada è fatto di consumi per il 60% e quello messicano per il 65%. C’è qualche economista europeo che pensa che l’economia Britannica con la Brexit potrebbe fare meglio di quella continentale nel giro di pochi anni. Tra questi spicca il nome del capo economista della germanica Deutsche Bank, David Folkerts-Landau.

77studio / E+ / Getty Images


FinanciaLounge
1 Febbraio 2019
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