Il mercato italiano è attraente solo per i prezzi da saldo

Piazza Affari
di Stefano Caratelli 18 Gennaio 2021 - 8:55

L’allarme spread sembra esagerato, ma i dati economici, oscurati dai bollettini del virus e ora anche dalla politica, raccontano un Paese non riesce a ripartire

Prime pagine e titoli dei tg ormai da quasi un anno in Italia più che nel resto del mondo sono monotematiche, anzi mono-numeriche. Il bollettino quotidiano del virus con tutte le sue varianti statistiche ci martella quotidianamente, con l’intermezzo negli ultimi giorni della crisi politica e del collegato riaffacciarsi dello spettro dello spread, tornato abbastanza pretestuosamente sotto i riflettori nonostante viaggi ancora sui minimi da 5 anni, lontanissimo dalle vicinanze dei 300 punti toccate nel 2018, quando giravano i ‘piani B’ di uscita dall’euro e i mini-Bot del governo gialloverde, ma anche dai picchi a 230-240 toccati tra marzo e aprile del 2020. Lo spettro dello spread è stato cancellato dal Recovery Plan di Ursula von der Leyen e dall’ombrello-paracadute aperto dalla Bce di Christine Lagarde che con i suoi acquisti ha finora messo al riparo i BTP da qualsiasi tentazione della speculazione.

TIENE SOLO LA MANIFATTURA

Suonare in prima pagina l’allarme perché lo spread sale di una manciata di punti pur tenendosi sui minimi può forse servire ad avvertire che giocare con la crisi politica in questa fase è un po’ come mettersi a danzare sul precipizio. Oggi il pericolo non si chiama ancora spread, ma è annidato nei numeri dell’economia, oscurati da quelli dei bollettini del virus. L’unico settore che viaggia in territorio espansione nonostante la crisi è l’industria manifatturiera, forte di produzioni di elevata qualità che spaziano dalla meccanica alle attrezzature industriali fino al lusso e all’alimentare e possono contare su un mercato globale in ripartenza. Il resto langue da ben prima del virus, anche prima della grande crisi. Tra il 2001 e il 2007, l’economia italiana non riusciva a crescere più dell’un per cento e qualcosa l’anno, con una disoccupazione molto più elevata degli altri Paesi avanzati e il freno a mano tirato da una macchina amministrativa, burocratica e giudiziaria che da mezzo secolo ha una necessità disperata di essere sfoltita e riformata.

GIÀ STREMATI ALL’ARRIVO DEL VIRUS

Lo shock da pandemia è arrivato su un Paese ancora stremato dalla crisi del debito del 2011-12, che aveva mandato l’economia in recessione sovrapponendosi alla botta del 2008-09, costretto a elemosinare da Bruxelles qualche decimale di sconfinamento del deficit e deroghe alle regole europee sugli aiuti di Stato per provare a uscire dalle crisi infinite delle varie Alitalia, Ilva, MPS, etc. Poi la pandemia ha mandato in soffitta il Patto di Stabilità e liberato tutti dai vincoli su debito e deficit pubblici, cogliendo fortunatamente una politica tornata nell’alveo europeo dopo gli sbandamenti euroscettici del 2018-19.

LA BORSA NON TIENE IL PASSO

Ma se per gli altri Paesi avanzati il ritorno al pre-virus è una prospettiva positiva, per l’Italia può voler dire tornare in un Purgatorio economico fotografato dall’andamento del mercato azionario, che prima del 2020 saliva meno degli altri nelle fasi positive e scendeva di più in quelle negative. Nel 2017 i tagli alle tasse di Trump avevano spinto l’indice azionario globale FTSE in rialzo di quasi il 25% ma Milano faceva solo +13,6% mentre l’anno dopo la guerra dei dazi sempre di Trump spediva lo stesso indice in calo del 9,1% ma Milano accusava una perdita di oltre il 16%. Ancora più pesante il raffronto nel 2016 con -10% contro +8,6%, mentre solo nel 2019 riusciva l’aggancio al rally delle borse globali. Ma l’anno del virus ha segnato il ritorno alla ‘normalità’ con l’FTSE Mib che ha chiuso il 2020 ben lontano dai 25.000 punti di febbraio mentre l’azionario globale ha recuperato tutto il terreno perduto a marzo-aprile e quello europeo ci è andato vicino.

BOTTOM LINE

L’ancora europea tiene a galla l’Italia e ogni sganciamento è molto pericoloso. In Germania si profila una successione del moderato Laschet alla Merkel, e Macron resta un alleato prezioso se non altro perché la Francia contende all’Italia il primato del debito continentale. Ma l’ombrello della Bce non resterà aperto per sempre e Bruxelles si sta già innervosendo per le contorsioni politiche italiane. L’unica attrattiva dell’Italia per gli investitori è il prezzo stracciato degli asset, ma se non si rimette in moto la crescita la caccia ai saldi potrebbe trasformarsi in caccia ai prezzi da fallimento.

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