L’investitore contrarian e il fascino dell’imprevisto

approccio contrarian
18 Marzo 2019 - 9:22

A volte le cose vanno in una direzione diversa da quella voluta dai policy makers. Se la Fed a dicembre si fosse sbagliata? E se le politiche di contrasto ai combustibili fossili si rivelassero un boomerang?

Si chiamano unintended consequences, vale a dire esiti che non erano in programma. La storia delle economie ne è piena, e spesso, quando succede, rappresentano un’occasione importante da sfruttare per l’investitore contrarian che è capace di avvistarle prima degli altri. Nel periodo di incertezza che stiamo attraversando la concatenazione causa-effetto sta funzionando sempre meno. La crescita degli utili a Wall Street rallenta da due cifre a una, eppure i principali indici puntano a ritoccare i massimi di sempre toccati tra settembre e inizio ottobre poi negati con la correzione culminata a dicembre. Il rallentamento europeo rischia di diventare recessione, tanto da indurre la Bce a tirar fuori nuovamente dall’arsenale i T-Ltro per sostenere il credito all’economia, ma anche qui i principali indici iniziano l’anno con un bel rally nel primo trimestre. Ovviamente c’è lo zampino delle banche centrali, soprattutto della Fed americana, che con l’inversione a U di Jay Powell a fine anno è passata dai rialzi dei tassi alla pausa accompagnata da pazienza e magari si prepara a disinnescare anche il Quantitative Tightening tornando così a una politica monetaria molto rilassata, con il tasso di interesse reale, vale a dire depurato dall’inflazione, fermo a un modesto ½ punto percentuale. Molto lontana da quella che storicamente è considerata la normalità monetaria.

LA COMBINAZIONE POSSIBILE DI INFLAZIONE E EUFORIA

L’obiettivo di Powell sembra abbastanza chiaro: con tutte le incertezze che pendono sulla testa di economie e mercati, dalla Brexit alla guerra dei dazi fino al rallentamento cinese passando per le elezioni europee, non vuole essere quello che tira il freno quando magari era il momento di spingere sull’acceleratore, e quindi si mette in pausa. Nella parte finale dell’anno, quando la nebbia delle incertezze si sarà sollevata, magari riprende il cammino interrotto verso la normalità. E magari riesce ad accompagnare Trump alle elezioni di novembre 2020 sull’onda di un’economia forte e di Wall Street in rally. E se si sbaglia? Se l’economia americana fosse più forte e resiliente di quanto sembra a leggere i dati? E soprattutto se l’inflazione dovesse rialzare la testa più bruscamente del previsto? E magari accompagnata da qualche segno di esuberanza eccessiva di Wall Street? E se queste cose si verificassero proprio come effetto della messa in pausa della Fed? Allora potrebbe essere costretto a un’altra precipitosa inversione a U riprendendo ad alzare e disorientando però i mercati, che potrebbero dubitare della capacità della Fed di ‘leggere’ il futuro traendone le conseguenze. E la svolta a U di dicembre avrebbe ottenuto una unintended consequence.

LA BCE NON CORRE I RISCHI DELLA FED

Il problema della Fed post-Greenspan è che forse gioca a carte troppo scoperte, fornisce una guidance molto dettagliata, addirittura dichiara esplicitamente l’obiettivo di inflazione. E infatti su questo punto Powell sta meditando se non sia il caso di tornare all’antico. In ogni caso, se per caso la Fed si stesse sbagliando, avremmo un classico caso di unintended consequences, con l’economia che si surriscalda e rischia di scappare di mano costringendo a riprendere anticipatamente ad alzare i tassi. La reazione di Wall Street non sarebbe positiva, come minimo uno storno piuttosto violento o magari una pesante correzione, come quelle viste all’inizio e alla fine del 2018. L’investitore che dovesse ‘vedere’ uno scenario di questo tipo sicuramente si preparerebbe posizionandosi su strumenti liquidi per approfittare della situazione ed entrare a prezzi scontati. La Bce non corre il rischio della Fed, sta facendo solo la cosa giusta per cercare di tenere in carreggiata il credito e l’economia nell’assenza assoluta della politica, che durerà almeno fino a novembre di quest’anno, quando le istituzioni di governo europee cominceranno a prendere una forma definita dopo le elezioni di fine maggio.

Una Fed troppo colomba può essere un rischio?

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SCENARI DA ANNI ’70 PER PETROLIO E CARBONE?

Un altro caso interessante di possibili unintended consequences, proiettato più nel medio periodo, riguarda le politiche energetiche. Che in tutto il mondo vanno, almeno a parole, in direzione della de-carbonizzazione a favore delle energie pulite. La lotta ai combustibili fossili è molto popolare e porta voti. Ma scoraggiarne l’uso con tasse e disincentivi invece no, altrimenti arrivano i ‘Gilet Gialli’ come sa bene Macron. E allora le politiche si concentrano sul lato dell’offerta per scoraggiare la produzione, invece che il consumo, dei fossili. Sono sempre più i grandi investitori, anche sovrani, che annunciano l’uscita dai settori del carbone e dell’oil&gas. Glencore, il più grande trader di commodities globale, ha annunciato nei giorni scorsi che ha introdotto un tetto progressivo alle sue produzioni di carbone. Intanto il Fondo Sovrano Norvegese, il più grande del mondo che guarda caso è nato con la mission di investire e far fruttare la rendita petrolifera a favore delle generazioni future, si prepara a chiudere il rubinetto degli investimenti in oil&gas. Ma se si contrastano i fossili sul lato dell’offerta, tagliando le risorse di finanziamento all’esplorazione e all’estrazione, mentre il mondo continua a consumarne a manetta, ecco che abbiamo un’altra unintended consequence. Vale a dire quella di creare le condizioni per un forte rialzo dei prezzi per materie prime destinate a diventare sempre più scarse a fronte di una domanda sempre più forte. Le proiezioni della stessa Glencore, ad esempio, puntano a un’impennata dei consumi di carbone da parte dell’Asia e di altre aree emergenti da qui al 2040 mentre le politiche riducono l’output dei grandi produttori, come l’Australia. Qualcuno ipotizza, come Blue Quadrant Capital Management, che si stia preparando uno scenario da crisi petrolifere degli anni ’70. E suggerisce di posizionarsi sui titoli dei produttori di fossili che potrebbero beneficiare di un’impennata dei prezzi.

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BOTTOM LINE

Le unintended consequences possono causare gravi effetti sulle economie e i mercati, infliggendo danni collaterali non desiderati né previsti. Ma per l’investitore contrarian possono anche costituire un’opportunità per posizionarsi in modo opportunistico con una allocation contenuta di portafoglio che oltre al potenziale profitto racchiude anche la funzione di protezione da possibili turbolenze.

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