Verso agosto nel segno del sollievo, anche se gli scettici non mollano

BCE
30 Luglio 2018 - 8:55

La guerra dei dazi resta immaginata, l’America corre, la curva dei tassi è un po’ meno piatta, l’Europa sta meno peggio di quanto si pensasse, e anche nel crollo di Facebook si può vedere il bicchiere mezzo pieno.

Sollievo. È il sospiro che sembrano aver tirato investitori e mercati l’ultima settimana di luglio. Sollievo perché il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ha fatto quello che né Angela Merkel né Emmanuel Macron si sentivano di fare per non perdere la faccia davanti alle opinioni pubbliche di Germania e Francia. È andato alla Casa Bianca con il cappello in mano, non ha minacciato ritorsioni ai dazi americani già decisi su acciaio e alluminio e ha incassato da Donald Trump una sospensione delle tariffe americane che avrebbero messo in ginocchio l’industria dell’auto europea, soprattutto tedesca. Il lussemburghese è stato autorizzato a vendersi la concessione (a tempo) come un accordo e adesso si negozia. Intanto The Donald può sventolare i numeri stellari del PIL del secondo trimestre, pieni di record, promettendone un terzo ancor più sfavillante. Il dato, guarda caso, è in programma qualche giorno prima delle elezioni di mid-term a novembre. Da mesi la guerra dei dazi veniva sparata da giornali e TG come la catastrofe prossima ventura che avrebbe spedito le economie in recessione e le Borse a picco. Non ci abbiamo creduto e continuiamo a non crederci noi di FinanciaLounge, che da tempo scriviamo che tutto potrebbe risolversi in una bolla di sapone globale premiando l’abilità negoziale di Trump.

MARIO DRAGHI CELEBRA

Sollievo anche per l’economia europea. Giovedì 26 luglio Mario Draghi ha sentenziato che la ripresa “procede solida e diffusa” nell’area della moneta unica, un bel segnale dopo i timori di rallentamento che si inseguono da inizio anno, e probabilmente anche un’autorevole presa d’atto che la guerra dei dazi resta un conflitto a colpi di tweet, nel quale Bruxelles farà prima di tutto il suo interesse se cede qualcosa. Il ‘master of universe’ che siede a Francoforte ha però subito aggiunto che lo stimolo monetario continua a essere necessario, mettendo così l’euro al riparo da rialzi non graditi. Un modo migliore per celebrare il quarto anniversario del ‘whatever it takes’ con cui esattamente quattro anni prima aveva salvato dal possibile crollo l’edificio europeo Mario Draghi non poteva trovarlo. Ha anche parlato di euro più forte e di BCE molto più attrezzata rispetto al 2012. Non si riferiva ovviamente al cambio con il dollaro, che a Mario piace vedere stabilmente sotto 1,20. Si riferiva alla tenuta delle istituzioni monetarie europee rispetto a temporali molto pericolosi. La Brexit due anni fa, il drammatico scollamento sulla crisi dei migranti, il ritorno della percezione di un elevato rischio debito in Italia. Ci sentiamo di dire che con un Trichet e un Doisenberg al timone della BCE l’Europa non si sarebbe salvata.

Draghi 6 anni dopo: missione compiuta, euro più solido

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UNA CURVA UN PO’ PIU’ NORMALE

Sollievo per la curva dei tassi americani, che tanti mal di testa ha causato ad analisti ed investitori per il timore che da piatta possa diventare invertita e preannunciare recessione in arrivo. Il capo della Fed Jay Powell non fa giustamente una piega e tira diritto con i suoi quartini trimestrali. Ma c’è anche un dato di mercato che rassicura. Dopo metà luglio la parte lunga della curva ha iniziato a rialzare la testa con il tasso a 10 anni tornato a ‘baciare’ il livello del 3% e quello a 30 che viaggia ormai sopra quella che sette mesi fa era la soglia del dolore e ora sembra invece diventata la soglia del piacere, perché segnala che il ritorno alla normalità monetaria è a portata di mano senza problemi per l’economia, che anzi scoppia di salute. Perché la curva si era appiattita pericolosamente fino a sfiorare l’inversione? Perché, spiega con lucida logica di mercato Mark Holman, CEO di TwentyFour Asset Management del gruppo Vontobel, i timori sui dazi uniti e quelli sui mercati emergenti avevano spinto la gente a cercare rifugio nell’asset più ‘sicuro’ che ci sia al mondo, il T-bond a 10 anni. Se la gente compra T-bond i prezzi salgono, e i rendimenti scendono per un effetto ‘meccanico’. Il sollievo sta rallentando la corsa a cercare rifugio e la curva si avvia a ritrovare una pendenza più normale.

UN TONFO STORICO MA NESSUN CONTAGIO

Sollievo infine, paradossalmente, anche per Facebook prima e Twitter poi. È vero che il tonfo delle azioni di Zuckerberg non ha precedenti nella storia in termini di valore ‘bruciato’, come mostra il grafico qui sotto.

Maggiori perdite in termini di market cap nella storia, dati in milioni di dollari (Fonte: Factset)
Maggiori perdite in termini di market cap nella storia, dati in milioni di dollari (Fonte: Factset)

Ma è anche vero che rispetto ad episodi simili in passato non c’è stato nessun effetto contagio. Niente a che vedere ad esempio con i crolli di Microsoft e di Intel rispettivamente ad aprile e a settembre del 2000, secondi e terzi in classifica. Nella settimana in cui Facebook ha bruciato 120 mld di dollari e Twitter nel suo piccolo altri 6 il Nasdaq alla fine ha perso una manciata di punti: da 7.800 dell’apertura lunedì a 7.740 della chiusura venerdì, lo 0,8% circa. Il problema è il business model dei social media che mostra la corda, non la tenuta dei tecnologici americani che continuano ad essere il motore di Wall Street.

Attese & Mercati – Settimana dal 30 luglio 2018

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BOTTOM LINE

Sollievo vuol dire che il peggio tanto temuto non è arrivato, e forse mai arriverà. La nuova trincea degli scettici si chiama sostenibilità. E’ vero, l’economia USA nel secondo trimestre corre a velocità doppia rispetto al primo e all’Europa. Ma è sostenibile? I ‘no’ restano un coro, intonato dagli stessi che a inizio anno ‘vedevano’ la recessione dietro l’angolo. Magari hanno ragione loro. Intanto, salvo eventi eccezionali e imprevisti, mercati e investitori si preparano a tirare il fiato, almeno ad agosto.

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