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Il dollaro debole può far bene alla crescita del PIL nominale globale

Il calo del dollaro potrebbe accelerare la normalizzazione di inflazione, tassi di interesse e rendimenti dei bond: uno scenario ottimo per i titoli ciclici e finanziari.

15 Febbraio 2018 17:37
financialounge -  ClearBridge Investments crescita economica dollaro Legg Mason Paul Ehrlichman PIL titoli ciclici titoli finanziari
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Dopo una partenza al rialzo, all’annuncio della vittoria di Trump alle presidenziali del novembre 2016, il dollaro USA ha percorso un costante declino nei confronti delle principali valute internazionali. Una tendenza che ha ripreso vigore in occasione dell’annuncio a Davos, da parte del segretario del Tesoro americano, di auspicare un dollaro non particolarmente forte.

“Ora il mondo sa che gli Stati Uniti desiderano un dollaro debole, e contemporaneamente l’amministrazione Trump sta lavorando a politiche per la crescita come il recente taglio fiscale e le politiche di spesa del deficit” puntualizza Paul Ehrlichman, Head of Global Value di ClearBridge Investments (Gruppo Legg Mason), secondo il quale, però, proprio in virtù di un biglietto verde debole, si registreranno più inflazione globale e crescita nominale del PIL con una accelerazione della normalizzazione dei tassi di interesse e della curva dei rendimenti: in pratica i tassi di interesse si attesteranno, sia a breve che a medio e lungo termine, a livelli più consoni alla crescita attuale del ciclo.

Un aspetto da non sottovalutare è che il recente calo del dollaro è scaturito da una sua sopravvalutazione: agli attuali livelli, euro, sterlina e yen non sembrano attestati su valori economicamente dannosi e, pertanto, la correzione del biglietto verde è il riflesso del miglioramento della crescita economica fuori dagli USA. D’altra parte se il dollaro debole spingerà la crescita del PIL nominale globale, si manifesterà in parallelo un incremento dell’inflazione sui beni denominati in dollari e un contestuale maggior potere d’acquisto nelle altre parti del mondo, in particolare a favore dei mercati emergenti.

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“La produzione negli USA diventerà più economica, il che potrebbe portare ad un miglioramento negli investimenti, maggiore domanda dai consumatori esteri e maggiori importazioni di prodotti USA” specifica Paul Ehrlichman, secondo il quale gli squilibri sociali ne trarranno giovamento e l’espansione economica si incamminerà lungo un sentiero più sostenibile. Inoltre è previsto anche un cambiamento dell’andamento delle asset class che dovrebbe sostenere le quotazioni di molti investimenti da lungo tempo trascurati o in difficoltà, come i titoli ciclici e finanziari.

“La richiesta, da parte degli investitori obbligazionari, di maggiori interessi per compensare l’inflazione in aumento renderà più ripida la curva dei rendimenti e potenzierà i profitti di creditori e compagnie assicurative” sottolinea poi Paul Ehrlichman che, tuttavia, non nasconde il pericolo “che le frizioni commerciali in aumento e un salto improvviso dei tassi di interesse USA possano avere effetti di disruption”.

Allo stesso modo, una brusca variazione nei cambi valutari potrebbe provocare reazioni destabilizzanti da parte delle banche centrali, e aumentare la volatilità azionaria ed obbligazionaria. “Almeno fino ad ora, la risposta dal resto del mondo è stata critica ma comunque misurata, con molte nazioni che continuano a sostenere l’apertura del mercato e si esprimono contro le svalutazioni concorrenziali” conclude Paul Ehrlichman.
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