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È partito il toto-Fed

Tra sei mesi scade il mandato di Janet Yellen, che secondo molti Trump non rinnoverà. E si parla con insistenza di un presidente che venga dal business. Ma i precedenti non sono incoraggianti.

20 Luglio 2017 09:00
financialounge -  corporate donald Trump Federal Reserve Janet Yellen Mario Draghi
financialounge -  corporate donald Trump Federal Reserve Janet Yellen Mario Draghi

Un uomo della Corporate America alla guida della Federal Reserve? Il dibattito si fa sempre più acceso a Washington e dintorni man mano che passano i mesi che mancano alla fine del mandato di Janet Yellen, che scade a febbraio e che secondo molti non verrà confermata da Donald Trump.

Negli ultimi due anni non sono mancate le critiche alla Yellen, soprattutto quelle di aver disorientato il mercato dando indicazioni sulle sue future mosse senza poi dar seguito con i fatti. Come a dicembre del 2015, quando alzò per la prima volta da 10 anni i tassi di interesse sui Fed Funds facendo capire che lo avrebbe fatto altre quattro volte nel corso del 2016. Lo fece una volta sola a dicembre, ma intanto riuscì a far sbandare Wall Street a gennaio.

Dalla fine degli anni Settanta alla guida della banca centrale americana si sono succeduti esclusivamente economisti provenienti dal mondo accademico: dal leggendario Paul Volcker, che sconfisse l’inflazione a due cifre aprendo la strada agli anni dell’edonismo reaganiano, allo ‘stregone Alan Greenspan, che mandava ai mercati messaggi talmente cifrati da essere incomprensibili, ad Elicopter Ben, il professor Bernanke famoso per aver teorizzato la pioggia di dollari dagli elicotteri per far ripartire l’economia, fino alla Janet, probabilmente la più discussa di tutti dalla comunità di Wall Street.

Si sa che Trump preferisce gli uomini che vengono dal mondo degli affari agli accademici, alla guida del Tesoro ha chiamato un ex Goldman Sachs, Steve Mnuchin. Ma c’è da dire che l’ultimo precedente di un capo della Fed proveniente dalla Corporate America non è di grande auspicio: William Miller restò alla guida della banca centrale per meno di due anni, dal marzo del 1978 ad agosto del 1979, l’inflazione viaggiava a due cifre ma lui si rifiutava di alzare i tassi, nonostante il dollaro avesse perso oltre il 30% del suo valore contro il marco tedesco, e l’allora presidente Jimmy Carter fu costretto a licenziarlo.

Allargando lo sguardo, c’è un altro banchiere centrale al mondo che viene dal mercato, oltre che da altissime cariche nella pubblica amministrazione, il presidente della BCE Mario Draghi, da molti considerato “il più centrale dei banchieri centrali”. Sicuramente il più ascoltato, quando parla nessuno si chiede se farà quello che promette, come ormai succede sempre più spesso alla Yellen.
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