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Cosa sta succedendo in Cina e cosa dovrebbe fare l’investitore

8 Gennaio 2016 10:35
financialounge -  cina disinflazione J.P. Morgan Asset Management Maria Paola Toschi Renminbi
financialounge -  cina disinflazione J.P. Morgan Asset Management Maria Paola Toschi Renminbi
Il 2016 si inaugura all’insegna delle divergenze. Mentre il mondo sviluppato continua a mostrare un buon momentum economico grazie alla ripresa dei consumi interni, i paesi emergenti, e la Cina in particolare, continuano a fronteggiare una serie di sfide tra cui il calo dei prezzi delle commodity e del petrolio e gli effetti del rialzo dei tassi della Fed e soprattutto del Dollaro.

I mercati azionari cinesi, sia quelli quotati sui mercati domestici (le A-share) che quelli quotati ad Hong Kong (H-share) potrebbero continuare a soffrire di una molteplicità di fattori economici ma anche psicologici dettati dalla incertezza delle politiche cinesi. I provvedimenti varati in passato tra cui, limitazioni alle vendite di pacchetti azioni, sospensioni di molte IPO (initial public offering) potrebbero avere breve durata ed avere quindi un effetto limitato di calmieratore sui mercati. Cosa deve fare l’investitore in questo contesto?

“In primo luogo cercare di non abbandonarsi a decisioni emotive e di breve termine e mantenere un approccio di forte diversificazione di portafoglio. La ricerca di strategie focalizzate sulla ricerca di rendimento o decorrelate dai trend di mercato possono aiutare a stabilizzare i portafogli, riducendone la volatilità e aumentando l’esposizione a macro temi globali d’investimento” tiene a precisare Maria Paola Toschi, Executive Director e Market Strategist di J.P.Morgan Asset Management secondo la quale, sebbene il catalizzatore della fase di turbolenza dei mercati azionari di inizio anno sia imputabile alla debolezza dell’Indice PMI manifatturiero cinese di dicembre, sceso ancora a 48,2, proiettando l’immagine di un paese che sta ancora fronteggiando una fase di moderato rallentamento e che è alla ricerca di nuove dinamiche di sviluppo, la correzione dell’indice azionario cinese è tuttavia riconducibile a molti altri fattori. Tra questi spiccano i vari provvedimenti governativi per limitare gli eccessi e l’esuberanza degli investitori cinesi (che sembravano aver scambiato la Borsa per un casinò) e le svalutazioni del renminbi: una ad agosto 2015 e una nella prima settimana di gennaio che ha portato la valuta cinese ai minimi del 2011.

Dopo l’annuncio di gennaio l’intento delle autorità cinesi sembra più chiaro e motivato dai seguenti motivi:

1) Il primo è quello di alimentare la debolezza del Renminbi che in precedenza si era eccessivamente apprezzato proprio per il suo legame con il Dollaro nel meccanismo di determinazione delle parità giornaliere, e riparametrare il valore della valuta cinese rispetto alle altre valute dei principali paesi partner commerciali della Cina, ovvero di altri paesi emergenti asiatici che nello stesso periodo hanno sofferto di forti svalutazioni valutarie. Ciò significa quindi guidare una svalutazione competitiva anche se non ufficiale, volta a sostenere le esportazioni e la crescita che sembra sempre più a rischio.

2) Il secondo obiettivo, strettamente legato al primo, è quello di limitare l’impegno delle autorità monetarie cinesi nel sostegno della valuta cinese che ha portato nell’ultima parte dell’anno ad un utilizzo eccessivo delle riserve del paese che restano estremamente elevate ma calanti.

A Dicembre 2015 le riserve valutarie della Cina sono scese di circa 100 miliardi di Dollari portandosi a 3.300 miliardi di Dollari e registrando il più forte calo in un singolo mese. Il costo del sostegno della valuta è diventato sempre più oneroso, e potrà diventarlo ancora di più, soprattutto se l’azione della Fed, inaugurata dal primo rialzo dei tassi di Dicembre, dovesse portare ad un ulteriore rafforzamento del Dollaro. Le implicazioni sui mercati globali di questi provvedimenti sono molteplici.

In generale la Cina resta e continuerà ad essere un elemento di incertezza nel panorama globale, non solo per il processo di rallentamento economico in atto, ma anche per effetto delle decisioni sul fronte delle riforme che spesso alimentano incertezza e preoccupazione. È possibile che il momentum economico della Cina continui a rallentare durante il 2016 dal momento che la crescita del settore dei servizi e dei consumi non è ancora in grado di compensare il calo del settore manifatturiero e degli investimenti. La svalutazione del renmimbi potrebbe proseguire anche come conseguenza dei vari provvedimenti adottati e della eventuale forza del dollaro americano. Ciò potrebbe mettere sotto pressione i principali partner commerciali asiatici e potrebbe quindi aggiungersi alla serie di venti contrari che questi paesi devono ancora fronteggiare nel 2016.

Per contro gli effetti di una svalutazione competitiva in termini di rilancio delle esportazioni e della crescita potrebbero essere incerti in un paese in cui il maggiore contributo alla crescita è rappresentato dai consumi e investimenti. Inoltre la svalutazione del renmimbi può continuare ad alimentare la fase di disinflazione globale già molto forte e dettata dal calo del petrolio e delle materie prime rendendo l’azione delle banche centrali di riattivare l’inflazione sempre più difficile. La svalutazione del renmimbi potrebbe restare uno degli effetti della divergenza di politiche monetarie a livello globale destinata ad alimentare la volatilità che potrebbe restare elevata, dopo anni in cui politiche monetarie sincronizzate e l’eccesso di liquidità sui mercati, hanno prodotto un calo della volatilità e un forte aumento delle correlazioni tra le diverse asset class. Il 2016 ha visto, peraltro, un inizio caratterizzato dalla presenza di altri fattori di instabilità geopolitica concentrati soprattutto nell’area del Golfo e in Asia.

“Ci sono anche incertezze in alcuni paesi europei come la Spagna, dopo l’esito delle elezioni di dicembre 2015, che potrebbe preludere alla formazione di un Governo di coalizione meno coeso e quindi meno dedicato a portare avanti le riforme strutturali. Questi sono fattori che hanno contribuito alla negativa partenza dei mercati da inizio anno” conclude Maria Paola Toschi.
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