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Crollo del greggio, più opportunità che rischi

17 Dicembre 2014 11:40
financialounge -  crescita economica mercati azionari petrolio
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Il significativo e repentino calo del prezzo petrolio sta causando una forte reazione emotiva nei mercati. L’indice S&P 500 è sceso sotto i 2.000 punti perdendo il 5% dai massimi di inizio dicembre e l’indice Euro Stoxx 600 è sceso dell’8% nello stesso periodo. Prevale la preoccupazione che il brusco movimento al ribasso del greggio possa celare delle insidie e rifletta un contesto economico globale in ulteriore deterioramento.

“La reazione dei mercati alla fase di calo del prezzo del petrolio appare eccessiva e molto emotiva ed è da ricondurre a una serie più ampia di motivazioni che ha temporaneamente ridotto la propensione al rischio. Una pausa dei mercati ha senso dati i livelli raggiunti da molti indici azionari e può rappresentare una occasione di ingresso. I mercati dimostrano di essere diventati più nervosi e la fase di volatilità potrebbe proseguire nel corso del 2015” sottolinea Maria Paola Toschi, Market Strategist J.Pmorgan Asset Management per la quale il calo forte e repentino del petrolio non significa che il contesto economico si stia così fortemente deteriorando.
“C’è una combinazione di fattori alla base del calo del petrolio, come i cambiamenti nelle dinamiche di lungo termine di offerta e domanda di greggio che potranno continuare a tenere il prezzo del petrolio sotto pressione. Al contrario ci sono più fattori positivi che negativi nel calo del prezzo del petrolio che potrebbe rappresentare un forte acceleratore della crescita globale. Ma va anche considerato che ci sono anche paesi e settori perdenti che potranno continuare a soffrire e potranno determinare fasi di turbolenza sui mercati. I settori azionari energetici resteranno sotto pressione come anche le valute dei paesi emergenti più esposti al ciclo produttivo delle materie prime. I titoli High Yield del settore energetico saranno anche a rischio” spiega Maria Paola Toschi.

Fermo restando che tale situazione vada monitorata attentamente, si potrebbero creare opportunità in termini di aumento della crescita globale, e un aumento dei consumi negli Stati Uniti: i mercati avranno tuttavia bisogno di un pò di tempo per ripristinare la propensione al rischio che è stata ridotta e per trovare nuovi stimoli per rientrare a costituire le posizioni dismesse. La correzione attuale dei mercati va inquadrata infatti in una prospettiva più ampia. I mercati azionari sono ai massimi e hanno proseguito la loro corsa dopo il calo di metà ottobre. Quella battuta d’arresto che aveva creato forte tensione, si è poi rivelata una buona opportunità di ingresso sui mercati. I livelli attuali di valutazione, per quanto non siano eccessivi e restino supportati da attese favorevoli di crescita degli utili, sono sicuramente meno tranquillizzanti per gli investitori rispetto all’inizio di quest’anno: per questo motivo la volatilità è il riflesso del crescente nervosismo e della preoccupazione sulla tenuta degli attuali livelli di quotazione. Inoltre, la crisi politica in Grecia, ma anche le incertezze in Europa sul rischio recessione e sullo spettro deflazione, hanno ripristinato un approccio di calo della propensione al rischio generale che si è manifestato in una ripresa di attenzione e di flussi verso quelle asset class considerate prive di rischio come i Bund tedeschi e i Treasury: basti ricordare che il rendimento del governativo a 10 anni di Berlino è sceso a un incredibile 0,6%, mentre quello del decennale Usa si è portato a un nuovo minimo di 2,09%.

“Va anche considerato che stiamo arrivando alla fine dell’anno, un periodo in cui spesso gli investitori riducono l’operatività sia in vista della chiusura dei bilanci che in prossimità di un periodo di festività e limitata operatività. Tutti questi fattori possono aver enfatizzato il fenomeno di correzione che è stato ampio e piuttosto emotivo” fa presente Maria Paola Toschi che poi ricorda come il calo repentino del petrolio sia la conseguenza di una concomitanza di fattori sia congiunturali che strutturali legati ai cambiamenti delle dinamiche di domanda e offerta.
Tra i principali fattori la strategist ne elenca quattro:
1) il calo della domanda da parte dei paesi emergenti e della Cina;
2) l’aumento della indipendenza energetica e della produzione degli Stati Uniti;
3) la difficoltà dei paesi OPEC di creare un fronte comune per la gestione più disciplinata delle quote produttive;
4) rischi geopolitici legati alle tensioni tra Russia e Ucraina o alle violenze in Iraq;

“Non c’è quindi una chiara evidenza che il calo del petrolio rifletta un deterioramento così ampio del momentum economico globale, come la correzione dei mercati sembra riflettere. Ci sono inoltre situazioni che ci appaiono ancora rassicuranti. Gli Stati Uniti continuano a essere un solido motore della crescita. In Europa la situazione è meno favorevole ma ci sono una serie di fattori che ci spingono a vedere un 2015 in miglioramento tra cui: l’azione più decisa ed espansiva della BCE e il calo dell’euro destinato a migliorare i livelli di competitività di molti paesi e gruppi esportatori, elementi che potrebbero ridare un pò di slancio al ripresa europea. Inoltre ad attenuare queste preoccupazioni va ricordato che secondo le stime del FMI il calo del prezzo del petrolio osservato in quest’ultima fase, potrebbe indurre una maggiore crescita globale di circa lo 0,4%” puntualizza Maria Paola Toschi che non nasconde, tuttavia, come, nel contesto di calo del prezzo de petrolio ci siano alcuni paesi, settori e strumenti finanziari più legati al settore energetico e al ciclo delle materie prime che risultano penalizzati.

La Russia è sicuramente uno dei perdenti: insieme al Venezuela costituiscono i dei principali paesi le cui economie sono legate al petrolio. A soffrire quindi sono sia i mercati azionari che le valute che potranno continuare a risentire della fase di pressione al ribasso. Tra i perdenti vanno annoverati pure i titoli azionari del settore energetico che nello S&P 500 incidono però solo per l’8% e nell’Euro Stoxx 600 per il 6%. Altre asset class che possono essere penalizzate dal calo del petrolio, sono le obbligazioni corporate high yield che nella versione americana evidenziano un peso di circa il 17% di emittenti legati al settore energetico.
Un prolungato calo del petrolio potrebbe mettere in difficoltà alcuni produttori meno efficienti, alzando il relativo tasso di default (fallimento). “Per gli high yield europei il settore energetico pesa solo l’1,6%, percentuale che rende la versione europea degli high yield molto più attraente” conclude Maria Paola Toschi.
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