Dati macro negativi? Le vecchie statistiche non riescono a misurare l’economia

di Redazione

I principali dati statistici economici sono stati concepiti dopo la seconda guerra mondiale, quando l’economia era fortemente sbilanciata nei confronti della produzione industriale

Una recente ricerca dell’Investment Bank di UBS giunge alla conclusione che, qualora si registrasse una contrazione significativa della manifattura, la possibilità che l’intera economia entri in recessione non andrebbero oltre il 30%.

BRUSCA FRENATA DELLA MANIFATTURA

Si tratta di una stima di un certo rilievo, perché è stata elaborata dopo la brusca frenata In Europa della manifattura, con l’indice Pmi (indicazioni dei direttori degli acquisti) sceso in settembre a 45,7 punti, un livello considerato recessivo. Non solo. Anche la produzione industriale ha accusato segnali di contrazione negli ultimi mesi, soprattutto in Germania, mentre le guerre commerciali e la Brexit continuano a minare la fiducia delle imprese, che reagiscono tagliando gli investimenti con ripercussioni negative sulla creazione di nuova ricchezza.

DATI STATISTICI DA AGGIORNARE

L’aspetto per certi versi più interessante della ricerca UBS è che i risultati mettono in evidenza come i dati statistici tradizionali usati andrebbero aggiornati per adeguarli alla nuova realtà macroeconomica. E’ vero che l’economia europea ha registrato un rallentamento, ma è altrettanto vero che la decelerazione è risultata meno marcata rispetto a quella della produzione industriale con tassi di crescita positivi del Pil.

CAMBIAMENTI NEL TESSUTO ECONOMICO

Proprio questo disallineamento tra indicatori manifatturieri e produzione industriale in contrazione da una parte, e crescita positiva del Pil dall’altra, trova spiegazione secondo gli analisti di Ubs nei cambiamenti del tessuto economico, che non vengono riflessi correttamente nelle principali statistiche economiche, i cui principali e più diffusi indicatori sono stati concepiti dopo la seconda guerra mondiale, quando l’economia era fortemente sbilanciata nei confronti della produzione industriale.

LA NUOVA ECONOMIA

Per chiarire il concetto basti pensare alla profonda trasformazione dell’industria della musica e cinematografica che negli ultimi anni ha ridotto ai minimi termini la produzione “fisica” classica a favore di file scaricati da Internet. Nell’ambito della mobilità, invece, mentre le vendite di automobili segnano il passo esplode l’offerta di car sharing. Detto questo, sebbene l’Europa rimanga un’area economica molto orientata all’industria, i servizi contribuiscono con la quota maggiore alla creazione di ricchezza: la manifattura tedesca pesa solo un quinto dell’economia, in Italia un sesto, in Francia un decimo.

MOLTEPLICI FONTI DI INCERTEZZA

“Questo non vuol dire che sia categoricamente esclusa una contrazione dell’economia nel prossimo anno”, puntualizza Matteo Ramenghi, chief investment officer di UBS WM Italy, riferendosi alle molteplici fonti di incertezza quali protezionismo e Brexit, che oltre a frenare i consumi potrebbero contagiare l’occupazione.

GLI OBIETTIVI DELLE BANCHE CENTRALI

“Non a caso le principali banche centrali globali hanno reagito con tempestività, tagliando i tassi d’interesse e immettendo nuova liquidità. Per contrastare uno scenario recessivo rendono svantaggioso detenere liquidità: in questo modo invogliano le imprese e gli investitori a sviluppare progetti di crescita, che sono indispensabili per far ripartire l’economia reale”, conclude Ramenghi.

ipopba / iStock / Getty Images Plus


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16 Ottobre 2019
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