Spread: non più allarme rosso, ma brand negativo dell’Italia

di Redazione

Nessuno considera più a rischio la tenuta dell’euro. Ma lo spread italiano resta elevato perché ormai gli investitori lo hanno adottato come barometro delle debolezze italiane. Che sono anche di comunicazione

A differenza della Grande Crisi scatenata dal crac Lehman a metà settembre del 2008 o della Grande Depressione seguita al martedì nero di Wall Street a ottobre del 1929, per l’inizio della crisi del debito europeo non c’è una data precisa, ma i primi sinistri scricchiolii venivano avvertiti sui mercati 10 anni fa di questi tempi. 10 anni dopo, lo spread, termine sconosciuto prima di allora, è ancora in prima pagina dei giornali italiani. Non per segnalare il rischio di default e espulsione dall’euro dei paesi periferici dell’Unione, ma come termometro quotidiano dello stato di salute della terza economia continentale. Se sale, la Borsa di solito scende appesantita dai bancari, e viceversa. È un po’ paradossale, perché nell’Europa di fine 2019 la tenuta dell’euro è definitivamente fuori dalla lista dei rischi che minacciano l’Unione. Le minacce si chiamano guerra dei dazi, Brexit, frenata economica tedesca, la nuova governance di Bruxelles che fa fatica a decollare, la Germania che rischia di aggiungersi alla lunga lista di Paesi che non riescono a trovare un assetto stabile di governo, a cominciare da una Spagna che va continuamente a votare, per finire con un’Italia che evita di andarci solo grazie ad acrobatiche ricomposizioni di maggioranze in Parlamento.

EURO ORMAI UNICO PILASTRO DI UN’EUROPA IN MEZZO AL GUADO

Con l’euro messo definitivamente in sicurezza da 8 anni di cure del Dottor Draghi, sarebbe razionale che lo spread italiano fosse tornato a livelli pre-crisi del debito, vale a dire poche decine di punti base, non i 165 della chiusura di venerdì 15 novembre. Quelli di Spagna e Portogallo, 10 anni fa ritenuti ad alto rischio di espulsione dall’euro, viaggiano a meno della metà, mentre la Grecia, epicentro della crisi di allora, ha agganciato l’Italia. Sull’euro non ci sono più punti interrogativi. Anzi è diventato praticamente l’unico pilastro certo di un’Europa in mezzo al guado, in cerca di un business model alternativo a quello andato in panne, fatto di una locomotiva tedesca che tiene a galla tutto a sua volta trainata dalle esportazioni, indietro rispetto all’America nell’high-tech e nella finanza, ancorata a produzioni mature, come l’automotive tradizionale e l’acciaio, solo per citarne un paio.

UN PAESE SEMPRE IN CONTROPIEDE, DA ALITALIA A ILVA, DA GENOVA A VENEZIA

E allora cosa misura lo spread italiano? Intanto le tentazioni residue che potrebbero allignare in grandi partiti non più al governo, ma che potrebbero presto tornarci in calo di elezioni, di trovare qualche scorciatoia per sfuggire alla disciplina fiscale imposta dall’appartenenza all’euro, tipo mini-bot per capirci. Ma anche forse la percezione di una classe politica che riesce sempre a farsi prendere in contropiede dall’esplodere delle crisi lasciate marcire sperando che la soluzione la trovino gli anni che passano, dall’Alitalia all’Ilva, dal crollo del ponte Morandi a Genova all’acqua alta di Venezia, il cui arrivo ha battuto sul tempo il Mose, un cantiere aperto da oltre 15 anni. Anche in Germania le infrastrutture sono a pezzi e a 30 anni dall’unificazione non si riesce a dotare Berlino di un aeroporto degno di una capitale globale, perché preferiscono tenere i soldi in cassaforte e chiudere i bilanci pubblici in pareggio. Ma almeno i tedeschi i ponti li chiudono prima che crollino, come quello di Neuenkamp vicino a Duisburg.

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UNA POLITICA CHE DRAMMATIZZA ANCHE PROBLEMI ORDINARI E GESTIBILI

E poi forse lo spread misura anche la drammatizzazione continua che la politica italiana mette in scena quotidianamente presentando problemi tutto sommato di ordinaria amministrazione, tipo l’aumento dell’Iva di recente, come catastrofi in arrivo che potrebbero radere al suolo l’economia. Le prime pagine dei giornali italiani le vedono anche gli investitori internazionali nelle rassegne stampa e nei report degli analisti, e se rimandano l’immagine di un Paese in continua fibrillazione pronto ad aprire crisi per motivi che altrove sarebbero considerati futili, ne traggono le conseguenze. Infine ci sono i fattori tecnici che non vengono mai ricordati. Il recente rialzo dello spread italiano e anche il rialzo dei rendimenti all’ultima asta dei BTP sono arrivati dopo una violenta impennata dei tassi tedeschi sulla parte lunga della curva, con quello del Bund a 10 anni salito da -0,70% a -0,25% in poche settimane e il trentennale addirittura entrato in territorio positivo dopo una corsa di 40 punti base da inizio settembre.

BOTTOM LINE

Lo spread, anche se non a livelli di guardia, continuerà ad essere un tormentone italiano per parecchio tempo, più un filone per la speculazione da trader che un termometro infallibile dello stato di salute dell’economia e della politica italiane. Comunque da tenere d’occhio. Certo che una comunicazione politica meno sguaiata e improvvisata male non farebbe. Aiuterebbe se non altro a evitare che lo spread diventi il brand negativo di un Paese che sui brand di successo ci vive.




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18 Novembre 2019
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