Lo scenario

Incrinata la fiducia nelle banche centrali, mercati lasciati soli, volatilità al comando

L’era della crescita senza inflazione è finita perché non c’è più il pilastro cinese che la sosteneva anche se quello della digitalizzazione è tutto in piedi. La credibilità dell’era dei Bernanke e dei Draghi si è incrinata

di Stefano Caratelli 17 Ottobre 2022 08:29
financialounge -  banche centrali inflazione mercati
financialounge -  banche centrali inflazione mercati

Alla fine le banche centrali, a partire dalla Federal Reserve, sono finite sul banco degli imputati. L’accusa è essere andati avanti troppo e troppo a lungo con il Quantitative Easing, riesumato e potenziato al massimo dopo l’esplosione della pandemia, ignorando per tutta la seconda metà del 2021 e l’inizio del 2022 il risveglio dell’inflazione, snobbata come temporanea, mentre veniva alimentata dalla spesa pubblica americana a go-go dell’amministrazione Biden, con la benzina sul fuoco gettata a inizio anno dalla guerra in Ucraina e dal conseguente caro energia globale. Jerome Powell e colleghi hanno aspettato marzo del 2022, quando l’inflazione correva ormai da sei mesi a massimi pluridecennali, per iniziare ad alzare i tassi di un timido quarto di punto, a maggio acceleravano con mezzo punto, e finalmente a giugno decideva per tre quarti, portando i Fed Fund all’1,75%, che arrivavano al 3,25 dopo un aumento cumulativo di un punto e mezzo tra luglio e settembre, e ora puntano a superare il 4% per fine anno.


LE ILLUSIONE DI UN RIPENSAMENTO DELLA FED


La Bce andava al seguito, più a parole che nei fatti, probabilmente preoccupata soprattutto dal rischio che un euro schiacciato da un dollaro sostenuto dai tassi americani facesse imbarcare ulteriore inflazione all’Eurozona, in aggiunta a quella prodotta dalla crisi energetica. Mercati, investitori e molti economisti hanno creduto per buona parte del 2022 che la Fed fosse pronta a fare marcia indietro e mettersi in pausa, come aveva fatto precipitosamente tra fine 2018 e inizio 2019, per evitare all’economia una brusca caduta in recessione. Ma da agosto in poi Powell e diversi esponenti della banca centrale hanno detto chiaramente che la lotta all’inflazione aveva la precedenza sulle possibili sofferenze per l’economia. Quello che non hanno spiegato è che dopo il Covid il mondo è cambiato, ed è venuto meno uno dei due pilastri su cui per vent’anni si era retta una crescita economica globale in assenza di inflazione, che non lasciava agli investitori nessuna alternativa all’azionario per allocare i capitali.

COL COVID È CAMBIATO IL RUOLO DELLA CINA


Il primo pilastro è tutt’ora in piedi, si chiama digitalizzazione e innovazione tecnologica, e la sua forza è stata addirittura enfatizzata al massimo, fino a inflazionarsi, proprio con il Covid. Ma il secondo, fatto da una Cina che per vent’anni ha sostenuto la crescita inondando il mondo di prodotti e componenti a basso costo, non c’è più. La politica zero Covid ha mandato in pausa ormai da oltre due anni e mezzo la ‘fabbrica del mondo’, e tutti i problemi che continuano ad affliggere la seconda potenza globale, dalla crisi immobiliare, alla frenata di produzione e consumi, ai porti pieni di portacontainer fermi e alle strozzature delle catene di fornitura, ne sono la conseguenza diretta o indiretta. Infatti si sono succeduti dalla primavera-estate del 2021, quando nei paesi avanzati le economie ripartivano bruscamente, ma non potevano fare affidamento sul motore cinese della crescita.


LA STRETTA REGOLATORIA SU INTERNET


Al tutto si è aggiunta la stretta regolatoria di Pechino sul settore internet, opportuna in via di principio ma non nella tempistica, che negli ultimi due anni ha spazzato via oltre 1.000 miliardi di dollari di valutazione per le sole Alibaba e Tencent, gli equivalenti cinesi di Amazon e Facebook, facendo tra l’altro impennare la disoccupazione giovanile. Il mercato ci ha messo fino alla fine dell’anno scorso per capire che l’era della crescita senza inflazione era finita insieme a quella dell’assenza di alternative all’investimento in azioni. La sveglia l’ha suonata la guerra in Ucraina, e da allora ogni rally scambiato per ripresa del Toro si è rivelato una trappola degli Orsi. È stato così anche giovedì e venerdì scorsi a Wall Street, quando le prese di profitto dei ribassisti dopo il dato sull’inflazione sono state scambiate per acquisti genuini, mandando gli indici in rally illusorio.

LA GRANDE INVENZIONE DI BERNANKE ORA INUTILIZZABILE


La grande invenzione con cui l’oggi premio Nobel Ben Bernanke ha evitato che la grande recessione del 2007-2008 diventasse la grande depressione del terzo millennio, vale a dire il Quantitative Easing, è diventata inutilizzabile, almeno per un po’. Quando era a capo della Fed a Bernanke piaceva ricordare che aveva un’arma imbattibile, la macchina per stampare dollari. Da un anno a questa parte è diventata inservibile, anzi dannosa, perché può portare più guai che benefici. Il suo contrario, vale a dire il Quantitative Tigthening a cui Powell si è dovuto in ritardo rassegnare, non è un ricostituente ma una medicina amara e con pesanti effetti collaterali, che bisogna mandare giù per evitare che la malattia dell’inflazione faccia danni difficili da riparare.


BOTTOM LINE


La buona notizia è che l’inflazione attuale ha radici meno profonde di quella degli anni 70: non tornerà a zero ma magari si assesta su livelli accettabili tra il 2 e il 3 per cento. Quella cattiva è che con le loro esitazioni e letture rivelatisi errate, le banche centrali si sono mangiate parte della credibilità che si erano guadagnate nell’era dei Bernanke e dei Draghi. Mercati e investitori sono costretti ad affrontare da soli la strettoia attuale, che vede la volatilità al comando delle operazioni. Alla fine hanno sempre mostrato di avere vista lunga e capacità di giudizio.
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