Tensioni Usa-Russia

Wall Street teme più un errore della Fed che la crisi ucraina

Nonostante i venti di guerra che soffiano sui media, l’S&P 500 trova supporto sui minimi di ottobre. Resta la tensione geopolitica ma soprattutto il timore che l’economia USA possa finire in recessione non necessaria

di Stefano Caratelli 21 Febbraio 2022 08:06
financialounge -  FED Russia ucraina USA Wall Street
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Russia e Cina vogliono rovesciare l’ordine mondiale imperniato sugli USA, sfruttando un’America in ritirata e spaccata da divisioni interne, e l’Ucraina è solo il primo obiettivo. Il mondo rimpiangerà presto l’era in cui la potenza americana guidava il mondo. Se Wall Street avesse percepito come imminente questo scenario, accreditato in queste ore da autorevoli media americani e non solo, nelle ultime due settimane avrebbe imboccato una violenta spirale al ribasso, invece lo S&P 500 sembra aver trovato supporto sopra i minimi dello scorso ottobre anche se sta testando la media mobile a 200 giorni, come si vede nella chart qui sotto. La turbolenza c’è stata, ma è stato tutto sommato un movimento ancora in range, con mercato e investitori che stanno prezzando due rischi, l’escalation in Ucraina e un errore di politica economica e monetaria che potrebbe spingere l’economia USA in una recessione non necessaria, il secondo più del primo. Da notare che la sbandata di venerdì 18 febbraio è stata meno intensa di una settimana prima, nonostante fosse in arrivo un weekend allungato dal Presidents’ Day di lunedì 21.



GIOCO A TRE CON CONVENIENZE DIVERSE


Uno scenario simile all’annessione della Crimea otto anni fa, con un pezzetto di Ucraina russofona (quella controllata dai separatisti è più piccola e meno strategica della penisola sul Mar Nero) che si stacca spostando a Ovest i confini di Mosca di un centinaio di chilometri, sembra praticamente prezzato dal mercato, a meno che non si trasformi nella scintilla che accende una deflagrazione globale. A nessuno conviene farla esplodere, ma nessuno vuol perdere la faccia, a cominciare ovviamente da Putin e Biden. Il primo deve portare a casa qualcosa che lo confermi come Zar protettore dei russi ai confini dell’impero, il secondo deve far vedere che non è un pasticcione alla Jimmy Carter dopo la figuraccia in Afghanistan, soprattutto con le elezioni di mid-term tra 8 mesi. Gli europei si contenterebbero di non rimanere del tutto a secco di gas causa sanzioni, e ai tedeschi magari non dispiacerebbe un’Ucraina privata del minuscolo Donbas nella Ue con un bel serbatoio di manodopera pagabile in grivnia, la moneta in uso a Kiev, visto che i salari polacchi, cechi, ungheresi e slovacchi stanno diventando cari.

XI JINPING PER ORA ASSENTE DALLA SCENA


La merce di scambio tra i due schieramenti sulla scacchiera ucraina non manca. Si fa notare per la sua assenza invece Xi Jinping, che dopo l’accoglienza imperiale riservata a Putin a Pechino un paio di settimane fa non ha fatto sapere come la pensa sulla questione. Quella aperta tra Cina e Stati Uniti per il primato economico e tecnologico globale è una partita a due, in cui Putin forse ha cercato di infilarsi come possibile ago della bilancia senza grande successo e con gli europei spettatori insieme al resto del mondo. Xi e Biden hanno in comune un problema, che si chiama economia: quella cinese deve cambiare binario e passare dall’alta velocità trainata dall’export a un passo più sostenibile trainata della crescita interna, quella americana deve tornare a una crescita robusta senza la droga dei tassi zero e dello stimolo della Fed dopo le montagne russe del prima e dopo pandemia che hanno mandato il PIL giù e su del 30%, senza finire in recessione per combattere l’inflazione.

IL NUMERO MAGICO PER L’ECONOMIA USA


Crescita robusta e inflazione contenuta sono gli ingredienti indispensabili per proteggere utili e fatturati delle imprese quotate a Wall Street, che sono la cosa principale a cui guarda il mercato. Se non ci fosse la crisi Ucraina le news finanziarie sarebbero inflazionate dalla parola recessione, vista la curva ultrapiatta dei rendimenti americani che spesso la precede. Prima o poi ne arriverà una, l’importante è che non sia il risultato di un crash landing causato da un errore di politica monetaria o fiscale. Il numero magico è il 2, vale a dire il livello intorno al quale i tassi dei Fed Fund, l’inflazione e la crescita reale del PIL dovrebbero riuscire a stabilizzarsi tra il 2022 e il 2023. Se uno dei tre valori diverge troppo e troppo a lungo possono essere guai.

INFLAZIONE ALIMENTATA DA TANTI FATTORI


Nonostante gli scossoni di gennaio e febbraio, le valutazioni delle azioni americane restano alte, anche se il multiplo degli utili attesi a cui sono prezzate quelle dello S&P 500 è sceso dalle 23 volte del 2021 alle 19,5 volte oggi, ma restano sopra la media storica. Per ora i recuperi di efficienza e la capacità di trasferire i prezzi sui consumatori finali hanno consentito di assorbire gli aumenti dei costi dovuti all’inflazione sul lato dell’offerta, ma intanto la pressione inflazionistica si è alimentata prima con gli stimoli fiscali dell’amministrazione e poi con le tensioni sul mercato del lavoro, dove il numero dei posti offerti che le imprese non riescono a riempire ha raggiunto il numero astronomico di 11 milioni, un record storico e il doppio della media degli ultimi 10 anni. La Fed ha a che fare con uno scenario del tutto nuovo fatto di trend inediti, e sta cercando di reagire con un cambio di paradigmi, come la scelta di passare dal gioco d’anticipo al gioco di rimessa sull’inflazione.

PROVE DI CREDIBILITÀ PER LA FED


Non è detto che basti o che funzioni. Anche a causa della geopolitica e degli effetti collaterali della transizione energetica, che si sono aggiunti alle strozzature delle catene di fornitura causate dai lockdown e dalla politica di contagi zero della Cina, l’inflazione si sta mostrando più tenace di quanto Powell potesse immaginare ad agosto del 2020, quando annunciò la sua svolta da Jackson Hole. Forse avrebbe fatto meglio a non accompagnare quella svolta con la narrativa della transitorietà dell’inflazione. Invece se ne è ritrovato prigioniero, ha dovuto rimangiarsela, e ora rischia di essere troppo aggressivo proprio quando magari l’inflazione comincia a sgonfiarsi da sola. Il mercato è in cerca di direzione ma non sembra in preda al panico, che per ora rimane confinato nei titoli dei media. L’indice Vix della volatilità resta sotto la soglia dei 30 punti, il termometro di CNN Money segna un rosso della paura moderato, e il sondaggio settimanale dell’American Association of Individual Investors rileva un 43,2% di Orsi, contro un massimo del 53,9% nell’ultimo anno.

BOTTOM LINE


Non siamo alla vigilia dell’attentato di Sarajevo del 1914, né dell’invasione nazista della Polonia 25 anni dopo, e nemmeno dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990. Per Biden e Putin il problema è uscire dalla crisi ucraina come fanno i partiti italiani dopo elezioni amministrative, trovare un gancio per poter sostenere di aver vinto o almeno di aver respinto il nemico. Per l’investitore la cosa più importante è non cedere all’emotività e scrutare la Fed più da vicino che non i movimenti di truppe ai confini ucraini.
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