AllianceBernstein: gli investitori possono fermare la schiavitù moderna

L'analisi
di Redazione 13 Giugno 2021 - 20:00

Un’analisi di Michelle Dunstan e Saskia Kort Chick spiega come l’industria dell’asset management possa contribuire a disincentivare lo sfruttamento di esseri umani in atto nei più svariati contesti produttivi a livello globale. Parola d’ordine: fare ricerca

Per quanto la parola schiavitù possa sembrarci incompatibile con il contesto socio-economico globale in cui viviamo, oggi esistono forme diverse e diversamente subdole di sfruttamento di esseri umani. È l’assunto da cui partono Michelle Dunstan e Saskia Kort Chick, rispettivamente Portfolio Manager – Global ESG Improvers Strategy e Director of ESG Research and Engagement di AllianceBernstein in un commento dedicato alle moderne forme di schiavitù e al loro legame col mondo degli investimenti.

L’INDUSTRIA PRODUTTIVA STA IN PIEDI NONOSTANTE LO SFRUTTAMENTO DI ESSERI UMANI

L’analisi parte da semplici esempi di vita quotidiana che offrono prove diverse di quanto l’industria produttiva complessivamente intesa si tenga in piedi grazie a e nonostante il sistematico sfruttamento di esseri umani. “Accompagniamo un consumatore a fare acquisti”, esordisce lo studio di AB. “Cominciamo col tipo di auto che utilizzano. Almeno quattro case automobilistiche – due negli Stati Uniti, una in Europa e una in Giappone – hanno usato ghisa brasiliana per fabbricare le portiere delle auto. La filiera produttiva della ghisa inizia con la combustione di legno duro per produrre carbone da legna. Quel legno proviene spesso da alberi abbattuti illegalmente, e il carbone di legna è prodotto con il lavoro di schiavi nella foresta pluviale brasiliana”. E ancora, “i telefoni cellulari usati per ascoltare musica in streaming mentre ci si reca a fare acquisti, potrebbero contenere cobalto proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo, dove l’estrazione mineraria è ampiamente legata alla schiavitù moderna”.

IL CIBO ARRIVA SULLE NOSTRE TAVOLE GRAZIE L’ABUSO DEI LAVORATORI

La situazione non migliora accompagnando il consumatore a fare la spesa, spiegano Michelle Dunstan e Saskia Kort Chick: “Più dell’80% dell’aglio esportato a livello globale proviene dalla Cina, dove nelle filiere produttive si fa spesso uso del lavoro dei detenuti. Le bacche coltivate in Australia potrebbero essere collegate ai casi segnalati di abuso dei lavoratori itineranti. Anche il pesce proveniente dalla Thailandia potrebbe essere sospetto: diverse imprese del settore locale della pesca assicurano ai dipendenti un trattamento equo, ma non mancano i casi di aziende che si avvalgono del lavoro schiavistico”.

FARE LUCE SU UNA QUESTIONE MORALE, PER LA SOCIETÀ E PER GLI INVESTITORI

Quelle illustrate sono varie forme di schiavitù moderna che sopravvivono, sottolineano le esperte, di AB, grazie alla segretezza e alla corruzione. Con la conseguenza che consumatori e investitori potrebbero diventare complici inconsapevoli del crimine. In che modo gli investitori possono portare alla luce questa pratica e le sue pericolose ricadute sociali? “Tramite una ricerca esaustiva e approfondita”, sottolineano le autrici dello studio. Il che significa monitorare con attenzione i segnali di avvertimento a livello globale: ad esempio, i Paesi in cui un’impresa opera e la natura del suo business.

URGE UN DIALOGO SERIO TRA INVESTITORI E DIRIGENTI

“È essenziale che gli investitori intavolino un dialogo diretto con i dirigenti e i team manageriali delle imprese per incoraggiarli ad affrontare la schiavitù moderna nell’ambito delle loro filiere e operazioni. Si tratta di un approccio sensato sia dal punto di vista morale che da quello degli investimenti: a nostro avviso – conclude l’analisi di AB – se un’azienda non è in grado di gestire il rischio di schiavitù moderna nella sua filiera produttiva, non è in grado di gestire la filiera stessa, con quanto ne consegue in termini di un management che ignori un così importante problema globale”.

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