Perché i cinesi ora boicottano i marchi Burberry, H&M e Nike

Il Dragone anti scozzese
di Gaia Terzulli 26 Marzo 2021 - 12:40

Contro le denunce di violazione dei diritti umani nello Xinjiang, la testimonial cinese di Burberry e i personaggi di “Honor of Kings” non indossano più gli abiti del brand

È guerra al tartan in Cina. Al tartan di Burberry per l’esattezza, che perde la sua ambasciatrice cinese, l’attrice ventiseienne Zhou Dongyu e viene rimosso dagli abiti dei personaggi di “Honor of Kings”, il popolare videogioco della multinazionale cinese Tencent Holdings Ltd.

LE DENUNCE DELL’OCCIDENTE

Da tempo Pechino è ai ferri corti con l’Occidente per le accuse di violazione dei diritti umani in merito al trattamento della minoranza musulmana degli uiguri nella regione dello Xinjiang. L’ultima reazione cinese è stata sanzionare una serie di organizzazioni e di individui nel Regno Unito che in questi giorni hanno denunciato il trattamento disumano riservato agli abitanti della regione. Sarebbero solo “bugie e disinformazione” quelle messe in circolo dalle associazioni britanniche, sostenute – lamenta Pechino – anche da aziende come Burberry, H&M, Adidas e Nike.

L’ACCUSA DELL’AMBASCIATRICE CINESE

Dopo le accuse di H&M, che già un anno fa minacciava di non acquistare più cotone dallo Xinjiang per la produzione dei suoi capi, ora è Burberry l’ultimo bersaglio cinese. Il marchio non avrebbe “dichiarato chiaramente né pubblicamente la sua posizione sul cotone dello Xinjiang”, ha riferito l’agenzia dell’attrice Zhou Dongyu, che del tartan scozzese non vuole più saperne.

LA CAMPAGNA BETTER COTTON INITIATIVE

Come lei i creatori di “Honor of Kings”, che hanno già provveduto a svestire i personaggi del gioco dagli abiti di Burberry. Ma da dove parte la guerra di Pechino con la casa di moda britannica? Quest’ultima è una delle tante ad aderire alla Better Cotton Initiative, organizzazione senza scopo di lucro che promuove la produzione sostenibile del cotone a livello globale. A ottobre il gruppo aveva sospeso l’approvazione del filato dello Xinjiang, denunciando la sistematica violazione dei diritti umani in atto nella regione.

LA CINA CONTINUA A NEGARE

Al coro di protesta si sono uniti anche H&M, Adidas e Nike, con l’azienda svedese accusata dalla China Central Television (CCTV) “di aver mangiato il cibo cinese mentre ne fracassava la pentola”, in risposta alla decisione del brand di sospendere la fornitura di cotone dallo Xinjiang. La Cina continua a negare qualsiasi azione repressiva ai danni degli uiguri. Nei giorni scorsi il China National Textile and Appeal Council ha anzi deplorato l’atteggiamento ostruzionista dei marchi internazionali, esortandoli a “cessare un comportamento sbagliato”. Contro Burberry, l’ultimo dei grandi brand a finire nel mirino di Pechino, si è scagliata anche la parlamentare di Hong Kong, Regina Ip, decisa a sbarazzarsi dell’iconico tartan: “Burberry è uno dei miei marchi preferiti”, ha scritto su Twitter la deputata. “Ma smetterò di acquistare i suoi prodotti perché sono con il mio Paese nel boicottare le aziende che diffondono bugie sullo Xinjiang”.

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