Quota 100 verso la fine: come funziona il sistema pensionistico italiano

Nuova sfida
di Antonio Cardarelli 25 Febbraio 2021 - 14:03

A fine anno terminerà il periodo sperimentale di Quota 100 e il governo dovrà rimettere mano alle pensioni: ecco quali sono state le principali riforme del passato

Nel discorso programmatico in Parlamento, Mario Draghi non si è soffermato sulle pensioni, ma è noto che la riforma del sistema pensionistico sarà uno dei temi principali che il nuovo governo dovrà affrontare. Il 31 dicembre 2021 scadrà il periodo sperimentale di Quota 100, il sistema introdotto nel 2019 dal primo governo Conte e fortemente sostenuto dalla Lega. Lo scorso settembre Conte ha annunciato la volontà di non rinnovare la sperimentazione, e oggi anche Salvini sembra rassegnato a dire addio a Quota 100. Il nuovo esecutivo, infatti, dovrà varare una riforma complessiva con l’obiettivo di mettere in sicurezza le finanze pubbliche e rispondere alle richieste di Bruxelles. Una riforma che, secondo alcuni osservatori, potrebbe arrivare insieme a quella più generale del welfare.

QUOTA 100 ADDIO

Quota 100 è stata introdotto dal governo Lega-Movimento 5 Stelle con l’articolo 14 del decreto legge 4 del 2019, ma in realtà non ha mai cancellato la criticata Legge Fornero. Si è trattato, infatti, di un periodo di sperimentazione triennale che a fine 2021 giungerà al termine. Il provvedimento prevede la possibilità di richiedere il pensionamento anticipato con un’età anagrafica di 62 anni e un minimo di 38 anni di contributi o con altre combinazioni età/contributi: l’importante è che la somma faccia, appunto, almeno 100. Nei tre anni di sperimentazione Quota 100 è stata finanziata circa 21 miliardi di euro, ma le adesioni sono state inferiori alle attese: solo 242mila le domande presentate nei primi due anni secondo l’Inps contro una previsione di 600mila (300mila per ogni anno) pensionati. Inoltre, il ricambio dei lavoratori, secondo la Corte dei Conti, è stato solo del 40%.

LA RIFORMA AMATO DEL 1992

Nel corso degli ultimi anni sono state numerose le riforme che hanno interessato il sistema pensionistico italiano. Oggi il sistema è regolato fondamentalmente dalla Riforma Dini del 1995, parzialmente modificata con interventi successivi, ma il primo intervento di rilievo è del 1992 e porta la firma di Giuliano Amato. Aumento delle aspettative di vita, crisi economica e minor numero di lavoratori attivi, uniti agli sprechi degli anni precedenti, rischiano di mettere in ginocchio le casse pubbliche e così il governo decide di intervenire. Sostanzialmente la riforma Amato viene ricordata per aver aumentato l’età pensionabile (da 55 a 60 anni per le donne, da 60 a 65 per gli uomini) e la contribuzione minima, che passa per tutti da 15 a 20 anni. Inoltre, pur rimanendo in vigore il sistema retributivo, che cioè tiene conto degli ultimi stipendi ricevuti, la riforma del 1992 cambia il periodo di riferimento dagli ultimi 5 anni di lavoro (quelli solitamente con le retribuzioni più alte) alla media degli ultimi 10 anni.

LE BABY PENSIONI COSTANO ANCORA 7 MILIARDI L’ANNO

Tra le storture a cui porre rimedio ce n’è una su tutte, quella dei baby pensionati. Una vera e propria abbuffata sulle spalle delle casse pubbliche, che secondo i dati della Cgia di Mestre nel 2020 costa ancora 7 miliardi di euro all’anno per pagare 562mila pensioni. Introdotte nel 1973 dal governo Rumor e mantenute dai governi successivi con il solo scopo di creare consenso elettorale, le baby pensioni permettevano di lasciare il lavoro con soli 9 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi e ricevere un assegno pensionistico.

RIFORMA DINI: SI PASSA AL REGIME CONTRIBUTIVO

Uno scempio che ha ingigantito il debito pubblico italiano, superato definitivamente solo nel 1995 con la riforma Dini. Con questo intervento gli assunti dopo 1995 passano al regime contributivo (in vigore oggi) mentre chi aveva già almeno 18 anni di anzianità rimane nel più remunerativo sistema retributivo. Con il regime contributivo l’importo dell’assegno pensionistico dipende dai contributi effettivamente versati dal lavoratore negli anni. Inoltre, la riforma Dini introduce flessibilità nell’età di uscita dal lavoro (con taglio dell’assegno) e istituisce la Gestione separata dell’Inps per professionisti e co.co.pro.

CON MARONI SPAZIO ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Nel 2005 si arriva alla riforma voluta dall’allora ministro leghista Roberto Maroni, che molti ricorderanno soprattutto per il “tacito consenso” al versamento del TFR alla previdenza complementare. Il tema della previdenza complementare merita un approfondimento perché, con l’avvento del sistema contributivo, gli assegni pensionistici saranno molto inferiori rispetto al passato. Difficile fare calcoli precisi, ma secondo alcune stime si passerà dall’80% dell’ultimo stipendio (col retributivo) a circa il 50%. Per questo diverse leggi (come per esempio la fiscalità agevolata per i piani pensionistici) sono state pensate per favorire la creazione di un sistema pensionistico complementare e invogliare i lavoratori a costruire una “seconda gamba” della pensione. La riforma Maroni introduce anche incentivi per chi decide di continuare a lavorare.

FORNERO ALZA L’ETÀ PER ANDARE IN PENSIONE

Si arriva così al 2011: con i conti pubblici a forte rischio il governo Monti vara il “Salva Italia” e la riforma pensionistica che porta il nome dell’allora ministra Elsa Fornero. Questo intervento sancisce il passaggio definitivo al sistema contributivo, anche per coloro che erano rientrati nei regimi misti. Ferma restando l’anzianità contributiva minima di 20 anni, l’età per andare in pensione viene portata a 67 anni a partire dal 2019. Tra le maggiori criticità di questa riforma, va ricordata quella degli “esodati”, cioè circa 350mila lavoratori prossimi alla pensione che con la legge Fornero sono rimasti in una terra di nessuno, senza stipendio e senza pensione, che finora sono stati tutelati con le clausole di salvaguardia.

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