A Monza riappare lo storico marchio “Burghy”, ma il fast food non riaprirà

Operazione marketing
di Gaia Terzulli 22 Gennaio 2021 - 13:54

All’ingresso del Burgez che aprirà a Monza, il fondatore ha affisso la scritta “Burghy”. “Il mio è solo un atto d’amore”. E di marketing

È lui o non è lui? La risposta – ci duole dirlo – è no. Non è lui, il vero Burghy. Il fast food che nei magici anni Ottanta prendeva per la gola tutta Milano, dal “sancarlino” (allievo dello storico collegio San Carlo) incravattato alla sciura in ghingheri e boccoloni laccati, ha riacceso per poco le voglie dei nostalgici.

LA TROVATA DI MARKETING

A scatenare l’euforia collettiva è stato l’imprenditore Simone Ciaruffoli, fondatore e ad della catena Burgez, approdata a Milano nel 2015 con il primo locale sui Navigli e oggi meta irrinunciabile dei burger lovers meneghini. La prossima apertura sarà a Monza e Ciaruffoli, per ingolosire i passanti, ha fatto tappezzare le vetrine del fast food con la scritta “Burghy”, in omaggio al re dei paninari. In un attimo è esploso il delirio. A partire da LinkedIn, dove ieri l’account di Burgez ha postato la foto del negozio di corso Milano, a Monza, con l’inconfondibile scritta gialla su sfondo rosso (quella del marchio Burghy) appesa all’ingresso. Un’onda di malinconia ha travolto i social, per poi dissolversi in pochi minuti, appena svelato il trucco.

UN OMAGGIO AL “RE DEI PANINARI”

“Il mio è stato solo un atto d’amore”, spiega il fondatore di Burgez: “Quando ho trovato la location di Monza, a fianco del McDonald’s che nel 1996 rilevò il fast food italiano (Burghy, ndr), ho subito pensato che fosse una cosa simpatica omaggiare e ricordare Burghy”. Operazione di marketing, dunque. E, un po’, di nostalgia. Quella per gli anni di hamburger e Moncler in cui ogni rampollo della Milano bene faceva tappa al “paninaro” con jeans Carrera addosso e lo zaino della Seven sulle spalle.

IL PRIMO BURGHY

Lì, ai piedi della Madonnina, Burghy aprì il suo primo ristorante, in piazza San Babila. Era il 1981, l’anno in cui il New York Times parlava per la prima volta di un “nuovo cancro” – l’AIDS – e a Londra Lady Diana sposava Carlo d’Inghilterra. La gioventù meneghina era in visibilio. Un “Mr Burghy” (il tipico panino del fast food) in una mano e un milk shake nell’altra, orde di giubbotti colorati sfilavano così per le vie di Milano, dove in quattro anni spuntarono decine di altri Burghy e il marchio iniziò a far gola agli imprenditori.

QUANDO IL SUCCESSO HA CEDUTO AL BUSINESS

Nel 1985 il passaggio dal Gruppo SME al Cremonini, poi la scalata al successo, con 96 tavole calde aperte in meno di dieci anni. A un certo punto la gloria cede al business. Le insegne di Burghy iniziano a far posto a quelle di McDonald’s, che ancora non si è affermato in Italia. Gli ultimi Mr Burghy li sforna il ristorante di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, che chiude nel 2006.

UN MITO MAI SVANITO

Da lì in poi lo spazio è solo per i ricordi. E per un’illusione durata pochi istanti, con quella scritta “Burghy” apparsa sul Corso di Monza e già in parte smantellata. “Che spettacolo di amarcord”, esulta un utente su LinkedIn. Peccato fosse solo una trovata commerciale per attirare i nostalgici. “Il vecchio Burghy era là, in piazza San Babila”, ricorda un probabile habitué. E non ha mai riaperto. Ma, almeno per un attimo, mamme e papà meneghini avranno immaginato di ritrovarsi all’incrocio tra Corso Europa e Largo Toscanini per andare a mangiare il loro Mr Burghy.

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