Investitori istituzionali spaventati dal debito pubblico in crescita

conti pubblici
di Redazione 10 Dicembre 2019 - 19:30

Nella Natixis Investment Managers Global Survey gli investitori istituzionali ipotizzano un rallentamento dell’economia giù nei prossimi 1-3 anni ma confidano nella gestione attiva e nella tematica ESG

La maggioranza degli investitori istituzionali non esclude una crisi finanziaria nei prossimi 1-3 anni e l’83% teme che possa materializzarsi nei prossimi 5 anni. In parallelo afferma la convinzione che la gestione attiva possa offrire un valido contributo alla creazione di valore. Sono due delle principali evidenze emerse dalla Natixis Investment Managers Global Survey, l’indagine a livello globale condotta da Natixis Investment Managers su 500 investitori istituzionali tra cui fondi pensione pubblici e aziendali, fondazioni, fondi sovrani e società di assicurazione.

LE PROSPETTIVE 2020

Guardando al 2020, una delle maggiori preoccupazioni degli intervistati è il debito pubblico che ha toccato livelli record mentre tra i principali rischi per i portafogli nell’elenco figurano, nell’ordine, la volatilità (53%), i tassi d’interesse (50%), la stretta creditizia (37%), la liquidità (35%) e la deflazione (20%). “Dopo un 2019 in cui hanno dovuto affrontare un complesso panorama di sfide macroeconomiche, gli istituzionali globali sono chiamati ad affrontare nel nuovo anno una costruzione dei portafogli ancora più delicata. Anche perché si aspettano, prima o poi, un rallentamento globale. Un contesto nel quale l’incertezza è diffusa impedendo di apportare modifiche significative ai portafogli, avendo adottato un approccio attendista”, ha dichiarato Antonio Bottillo, country head ed executive managing director di Natixis Investment Managers per l’Italia.

PORTE APERTE ALLA GESTIONE ATTIVA…

Le aspettative di un aumento della volatilità, in combinazione con i bassi tassi, incrementano la propensione degli istituzionali a favore degli investimenti attivi (lo rivela il 71% dei partecipanti) con l’idea di mantenere, nei prossimi tre anni, al 70% il peso della gestione attiva e al 30% l’esposizione a quella passiva.

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…E AI CRITERI ESG

Un altro aspetto di rilievo emerso nella survey è un maggiore ricorso ai criteri ESG, con il 64% degli istituzionali che dichiara di averli in qualche modo implementati in portafoglio, quasi il 10% in più rispetto al 2017. Le ragioni? Oltre a intravedervi un interessante potenziale di crescita, affiora la possibilità di poter allineare i propri asset ai valori organizzativi mentre il 37% implementano le pratiche ESG al fine di ridurre al minimo il rischio principale.

UNO SGUARDO ATTENTO SUI MERCATI PRIVATE

Per quanto riguarda invece l’incapacità di trovare fonti di rendimento negli attivi tradizionali, la domanda degli istituzionali si rivolge ai mercati privati, ovvero al private equity e al debito privato. Una scelta motivata dal fatto, secondo loro, che garantiscono diversificazione (nel 62% dei casi) e capaci di generare ritorni più interessanti (61%). “Esiste il rischio che la politica possa incrementare la volatilità sui mercati mentre i tassi di interesse rendono sempre più difficile la ricerca di rendimento. È fisiologico che gli istituzionali guardino al mercato private per inseguire i propri obiettivi a lungo termine, alla luce anche delle loro aspettative di un’altra contrazione nel breve termine. Non sorprende quindi che il 68% di essi afferma che gli investimenti privati svolgeranno un ruolo più permanente nei portafogli futuri”, conclude Bottillo.