Usa-Cina, la disputa commerciale diventa guerra finanziaria?

cina
di Chiara Merico 2 Ottobre 2019 - 7:00

Il nuovo fronte della guerra dei dazi sembra essere quello finanziario, con l’amministrazione Usa che starebbe valutando interventi per limitare l’afflusso di capitali verso il Dragone, spiega Paras Anand di Fidelity International

La guerra dei dazi sta per vedere l’apertura di un nuovo fronte, quello finanziario? Nonostante l’ambizione dichiarata di negoziare la fine delle attuali tensioni commerciali con la Cina, l’amministrazione Trump starebbe infatti valutando se intervenire sui mercati per limitare il flusso di capitali nei titoli cinesi.

LE MISURE ALLO STUDIO

Secondo recenti notizie di cronaca, spiega Paras Anand, head of asset management Asia Pacific di Fidelity International, “le misure in discussione negli Stati Uniti includono l’imposizione di un delisting delle aziende cinesi dalle borse americane, o potenziali restrizioni sull’allocazione dei fondi pensione statunitensi ai titoli cinesi”.

NERVOSISMO PER LA NOTIZIA

Quando l’anno scorso è scoppiata la prima guerra commerciale, “in pochi si sarebbero aspettati che le tariffe sulle merci cinesi avrebbero potuto raggiungere i livelli attuali”, osserva il gestore. “Pertanto, la notizia che gli Stati Uniti potrebbero fare del settore finanziario il prossimo obiettivo sarà accolta con comprensibile nervosismo, dato il tono ‘tutto può accadere’ dell’attuale copertura mediatica”.

MINACCIA VANA

Tuttavia, secondo Anand “questa nuova minaccia è vana. Sarebbe difficile ottenere il necessario livello di sostegno politico interno per un intervento così diretto sul funzionamento dei mercati dei capitali americani, per non parlare dell’attuazione delle necessarie revisioni delle regole dei mercati finanziari”.

PROPOSTE IN CONTROTENDENZA

Le misure proposte sono l’ultimo esempio dell’amministrazione Trump di “cercare di respingere i trend finanziari globali predominanti: l’internazionalizzazione della Cina e l’aumento degli investimenti sostenibili”, spiega l’esperto. Recentemente l’amministrazione si è mossa per limitare lo sviluppo di investimenti sostenibili per i grandi fondi pensione negli Stati Uniti, con il Dipartimento del Lavoro che ha dichiarato che l’obiettivo primario di tali fondi è quello di produrre rendimenti, e che considerazioni ambientali, sociali o di governance (Esg) dovrebbero essere subordinate a questo sforzo.

OSTACOLI AGLI INVESTIMENTI ESG

Ciò implica che c’è un conflitto tra il perseguimento dei rendimenti finanziari e la sostenibilità. Tuttavia, “la tendenza globale di incorporare i fattori di sostenibilità nelle strategie di investimento sta emergendo proprio perché la maggior parte dei player di mercato ritiene che ciò contribuirà a migliorare i rendimenti a lungo termine”, fa notare Anand. La spinta del Dipartimento del Lavoro contro l’Esg porta con sé la potenziale conseguenza che gli amministratori fiduciari si sentono vincolati nelle loro decisioni di allocazione, in un modo che può avere un impatto negativo sugli investitori sottostanti.

CONTRO L’INTERESSE DEGLI INVESTITORI

Lo stesso, spiega il gestore, vale “per le proposte restrizioni finanziarie statunitensi, in quanto contrasterebbero con una tendenza all’aumento dell’interesse degli investitori nei mercati dei capitali asiatici e in particolare cinesi”.

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CRESCENTE IMPORTANZA DEI TITOLI CINESI

I fornitori globali di indici azionari e obbligazionari stanno riformulando il loro processo di inclusione per riflettere la crescente importanza dei titoli cinesi, e lo fanno per una buona ragione: “Oggi l’Asia rappresenta oltre il 40% della produzione economica mondiale, ma solo un quinto circa dei benchmark globali comunemente utilizzati. Anche in Asia stiamo assistendo a una crescita del numero di titoli quotati, a differenza degli Stati Uniti, dove il passaggio dai mercati pubblici a quelli privati ha ridotto significativamente il numero di titoli quotati nell’ultimo decennio”, conclude Anand.

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