Federal Reserve

E se servisse una bella frenata Usa per far ripartire tutto?

Il mercato comincia a credere all’idea che la Fed sia costretta ad abbassare i tassi prima del previsto per arginare i danni dell’aggressività di Trump. L’effetto finale sarebbe benefico per gli Emergenti, ma anche per la disastrata Europa

di Redazione 3 Giugno 2019 10:35
financialounge -  Federal Reserve tassi di interesse USA Weekly Bulletin https://www.flickr.com/photos/whitehouse/47969045217/in/photostream/
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Forse il ministro Giovanni Tria si è lasciato sfuggire una speranza su cui potrebbero essere in tanti a puntare in giro per il mondo. Parlando del richiamo europeo a mettere ordine dei conti pubblici ha osservato: “È chiaro che se ci fosse una catastrofe, una grave crisi economica internazionale, allora dovremmo difendere l’economia e l’occupazione”. Probabilmente il ministro italiano del Tesoro ha annusato un’idea che sta girando tra mercati e analisti, secondo cui l’escalation globale sui dazi di Trump, dalla Cina al Messico, alla fine potrebbe indurre una brusca frenata all’economia americana. Uno scenario che il mercato, vale a dire Wall Street, potrebbe anticipare con un violento storno, oppure subire e correggere pesantemente a seguito di qualche dato negativo a sorpresa sull’economia. La Fed di Jay Powell, a sua volta, potrebbe giocare d’anticipo abbassando i tassi molto prima del previsto come mossa preventiva, oppure giocare di rimessa tagliando il costo del denaro a seguito di una sbandata del mercato, di dati girati improvvisamente in negativo, o della combinazione dei due. In ogni caso si creerebbe quella situazione di turbolenza e emergenza che consentirebbe all’Italia di chiedere, e probabilmente ottenere, quella flessibilità che ora Bruxelles continua a negare.

TRUMP MASOCHISTA? MAGARI SOLO OPPORTUNISTA


Ma l’aspetto italiano è solo un contorno che si potrebbe prestare a un gioco opportunistico. In realtà uno scenario del genere potrebbe avere implicazioni globali, e non per forza negative. Torniamo a Trump, in questi giorni c’è chi sostiene che lo stia facendo apposta, come hanno scritto sabato su FT.com Robin Wigglesworth e Peter Wells. Il presidente americano, secondo questa tesi, starebbe intenzionalmente alzando il livello dello scontro sui dazi proprio per danneggiare l’economia Usa e costringere una Fed finora riottosa ad abbassare i tassi. The Donald è un masochista? No, piuttosto un opportunista, e la spiegazione sta nel calendario, come abbiamo già scritto su FinanciaLounge.com. Mancano 17 mesi alle presidenziali di novembre 2020. Il ciclo economico americano è nella fase della maturità. Un primo segno meno davanti al numero trimestrale del Pil potrebbe arrivare nell’estate dell’anno prossimo oppure addirittura qualche giorno prima del voto, in questo caso per il dato del trimestre luglio-settembre 2020. Per un presidente che ha puntato tutto sull’economia sarebbe una catastrofe.

Occhi puntati sui dazi Usa-Cina, ma chi rischia di più è l’Ue


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INDICAZIONI IMPORTANTI IN ARRIVO DA BCE E FED


L’incubo che sveglia di notte The Donald è quello di Bush senior, che nel 1992, pur reduce dal trionfo della prima guerra del Golfo, perse le elezioni proprio per i temporaneo indebolimento dell’economia contro un Bill Clinton che gli sventolava il famoso slogan: ‘it’s the economy, stupid!’. E allora tanto meglio giocare d’anticipo, cercare di anticipare nel tempo questa benedetta recessione, o almeno qualche serio segnale del mercato che stia per arrivare, indurre la Fed a tagliare ben prima del previsto e arrivare al voto sull’onda di un’economia in ripartenza. Possibile? Verosimile? Qualche indicazione potrebbe venire nei prossimi giorni dalla Bce, che il 6 giugno dovrebbe dettagliare il nuovo stimolo che ha in cantiere con la riapertura dei T-Ltro. Un paio di settimane dopo c’è il Fomc della Fed, una delle tre occasioni di qui a fine anno per una decisione sui tassi e per ascoltare in conferenza stampa Jay Powell. Ma con ogni probabilità lo scenario di una Fed costretta ad anticipare il ribasso del costo del denaro avrebbe una serie di implicazioni positive per il resto del mondo.

Attese & Mercati – Settimana dal 3 giugno 2019


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EMERGENTI PRIMI BENEFICIARI DI UN ALLENTAMENTO USA


A cominciare dagli Emergenti. L’effetto sarebbe infatti un ‘raddrizzamento’ della curva dei tassi USA e un indebolimento del dollaro, due fattori sicuramente favorevoli per il debito di questi paesi, sia in valuta che in moneta locale, sia sovrano che corporate, che darebbe una spinta ulteriore alla buona performance messa a segno finora nel 2019 dopo un 2018 quantomeno difficile. Condizioni monetarie globali più accomodanti farebbero bene anche alla Cina, e mercati emergenti ancora più tonici avrebbero riflessi positivi anche sull’Europa. Un dollaro meno forte potrebbe inoltre dare una spinta al prezzo del petrolio, con conseguenze positive sull’inflazione globale. Certo, una nuova inversione della politica monetaria americana potrebbe essere accompagnata da qualche turbolenza, magari violenta (quella su cui fa affidamento Tria), ma alla fine il risultato sarebbe positivo con la possibilità di una ripartenza del ciclo che dall’America si propaga anche all’Europa.

BOTTOM LINE


Di sicuro c’è che il mercato crede allo scenario di una Fed costretta ad abbassare forse più volte già quest’anno. A inizio 2019 i futures sui Fed Fund davano al 74% la possibilità di tassi fermi almeno fino a dicembre, oggi sono scese all’8%. Addirittura, la possibilità di un rialzo per fine anno, sempre sulla base dei futures, negli ultimi giorni è scesa sotto il 30%, mentre quella di due rialzi è salita vicina al 40%. I futures sono una scommessa, e possono ovviamente sbagliare. Ma la previsione di tempo instabile nell’estate appena iniziata sembra giustificata.
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