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Il mondo dice addio alla deflazione. L’Europa deve evitare la tempesta perfetta

Le formidabili spinte che avevano causato il processo di deflazione globale si stanno esaurendo e sta tornando la normalità. E in Italia forse il peggio su BTP e banche potrebbe essere alle spalle, se si trova una quadra europea.

27 Agosto 2018 09:38

In punta dei piedi, senza farsi notare, un protagonista dell’economia globale degli ultimi 10 anni, ma forse anche di più, è uscito di scena. Fino a un paio d’anni fa ero lo spauracchio delle banche centrali, oggi è scomparsa dal vocabolario di comunicati e conferenze stampa. Nessuno pronuncia più la parola deflazione. Il presidente della Fed americana Jay Powell venerdì 24 a Jackson Hole ha fatto un discorso tutto centrato sull’inflazione, ripercorrendo le tappe dell’economia americana sin dalla fine degli anni 50. Per Powell due sono i rischi che la banca centrale deve evitare: muovere i tassi in ritardo, consentendo all’economia di surriscaldarsi e deragliare, o muoverli troppo in anticipo, interrompendo una ripresa che avrebbe ancora strada da fare. Per evitare questi due rischi bisogna ‘ancorare’ le aspettative di inflazione a lungo termine. In questo modo le forze dell’economia e del mercato possono essere ragionevolmente sicure che nessuno dei due rischi si concretizzerà.

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INFLAZIONE GLOBALE AI MASSIMI DA 4 ANNI


Se si fa la ricerca per parola, sia nel discorso di Powell che negli ultimi documenti della BCE, come i verbali del board del 26 luglio o l’ultima conferenza stampa di Mario Draghi, il termine ‘deflation’ non esce fuori. Anzi, in giro per il mondo ci sono diversi focolai di inflazione, anche se molti sono il risultato di errori di politica monetaria, come in Turchia e Argentina. Tuttavia l’inflazione globale sta viaggiando ai massimi da 4 anni, sostenuta soprattutto dai prezzi energetici. A livello di G20, che corrisponde all’80% del PIL globale, I prezzi al consumo crescono del 3,1% rispetto a un anno prima. Nell’area OCSE, che comprende 35 paesi, l’inflazione è al 2.8%, un massimo da inizio 2012. Il tasso core, che esclude le componenti energia e alimentare, è tuttavia ancora al 2%. Tre anni fa, sempre nell’area OCSE, l’inflazione annua era a un modesto 0,4%, anche in conseguenza del crollo del prezzo del petrolio. Che però resta comunque lontano dai quasi 100 dollari al barile che segnava solo quattro anni fa.

CINA E INNOVAZIONE DISTRUTTIVA


A parte le fluttuazioni del prezzo del petrolio e di altre fonti energetiche, la grande spinta deflazionistica degli anni 2000 è stata causata soprattutto da due fattori: l’ingresso sul mercato globale di prodotti di larghissimo consumo e a bassissimo costo originati da Cina e altri paesi emergenti, e l’innovazione distruttiva, fatta di digitalizzazione e automazione, che ha abbattuto i prezzi di moltissimi beni e servizi. Il primo fenomeno si può datare dicembre del 2001, quando la Cina entra nel WTO, mentre il secondo è più recente e ha assunto una dimensione globale dall’inizio di questo decennio. Queste due spinte formidabili si stanno in qualche modo esaurendo? La prima sicuramente sì. Le economie emergenti si basano sempre più sui consumi e sempre meno sul surplus commerciale, i redditi crescono e la deflazione esportata diminuisce. Sulla seconda c’è un grosso punto interrogativo, ma dal punto di vista delle aspettative sicuramente è stata in buona parte assorbita.

CINTURE ALLACCIATE


In attesa del ritorno alla normalità inflazionistica e monetaria, BTP e banche italiane si allacciano le cinture in previsione di una possibile tempesta perfetta che potrebbe scatenarsi tra settembre e ottobre, se la manovra di bilancio dovesse uscire troppo dai binari europei e se lo scontro con Bruxelles sui migranti dovesse diventare conflitto aperto. E se invece la tempesta ci fosse già stata? Sicuramente agosto ha offerto un’occasione ideale per testare la resistenza del sistema economico e finanziario italiano, con l’attenzione dei media globali concentrata sul paese investito dalla sciagura di Genova e l’escalation di dichiarazioni poco rassicuranti sul rapporto tra governo e imprese private. A farne le spese sono stati i titoli bancari prima ancora dello spread. Si calcola che ogni 100 punti in più di divario di rendimento con il Bund costino alle banche tra 30 e 50 punti base di Cet1, vale a dire della principale misura di solidità patrimoniale. Da aprile a oggi il titolo Unicredit ha perso quasi un terzo del suo valore in Borsa, Intesa quasi un quarto. Eppure i conti sono più che in ordine e i fondamentali a posto.

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BOTTOM LINE


L’Europa si sta avviando verso un 2019 parecchio complicato, con la ferita della Brexit ancora aperta e le elezioni più difficili da quando esiste il Parlamento di Strasburgo. Le istituzioni dell’Unione sono più forti e collaudate di quando scoppiò la crisi del debito del 2011-12. Angela Merkel sembra che abbia rinunciato a mettere il falco della Bundesbak Weidmann al posto di Draghi e che aspiri ad andare personalmente a guidare l’Europa da Bruxelles al posto di Juncker. La contrapposizione frontale del vecchio establishment (in cui si potrebbe arruolare anche la new entry Macron) e i sovranisti-populisti, spuntati un po’ dappertutto, da Est a Ovest ma anche da Nord a Sud, finora ha avuto il solo effetto di far salire i secondi nei sondaggi e far scendere i primi. Magari un po’ di dialogo potrebbe essere un’idea. E magari eviterebbe anche una tempesta perfetta italiana da cui il resto d’Europa uscirebbe come minimo malconcio.

(dalla rubrica “Caffè scorretto” della newsletter settimanale di FinanciaLounge)

Attese & Mercati – Settimana dal 27 agosto 2018


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