Si chiama flat tax, ma non per forza deve essere piatta

flat tax
6 Giugno 2018 - 7:50

Tutto dipende dalle deduzioni, che possono trasformare la flat tax in un’imposizione progressiva. Gli esempi di successo riguardano quasi tutti paesi ex comunisti, ma non è chiaro se il gettito sia salito grazie alla tassa o con l’arrivo del capitalismo.

La flat tax, che potrebbe presto arrivare in Italia, vuol dire ‘tassa piatta’, vale a dire una sola aliquota per tutti i redditi di persone fisiche e giuridiche, ovvero le imprese. Ma questa è la flat tax pura, che quasi in nessuna parte del mondo è stata mai applicata, mentre abbondano gli esempi di flat tax che mantengono degli elementi di progressività. Un principio, quest’ultimo, stabilito dalla Costituzione italiana: più il reddito è alto e più viene tassato.

FLAT TAX… PROGRESSIVA

Come fa una flat tax a diventare proporzionale almeno in parte? Con il meccanismo delle deduzioni e detrazioni fiscali. Per esempio lo Stato può concedere a chi guadagna di meno, mettiamo 25.000 euro lordi l’anno, di detrarre dall’imponibile tassato una serie di spese, tipo sanità, scuola, interessi sul mutuo, affitto della casa: l’immaginazione del legislatore non ha limiti. Se invece guadagni di più, mettiamo 50.000, alcune detrazioni si riducono o spariscono, e se si sale ancora spariscono tutte. Il risultato è che l’aliquota fiscale rimane flat, diciamo 25%, ma la base imponibile cui si applica diventa più piccola per i redditi bassi e più larga per quelli alti. Così la tassa continua a chiamarsi flat ma in realtà rimane progressiva.

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IL GRIMALDELLO DELLE DEDUZIONI

Il meccanismo delle deduzioni e detrazioni è interessante, perché consente allo Stato di incoraggiare alcuni comportamenti economici e scoraggiarne altri. Se decido per esempio di consentire alle imprese di detrarre dalla base imponibile le spese per investimenti, le incoraggio a investire capitale. Anche qui l’unico limite è rappresentato dalla fantasia del legislatore, ma anche dalle compatibilità di bilancio. Di flat tax si teorizza sui testi degli economisti da decenni. Ma nessun paese sviluppato la ha introdotta finora in modo drastico e estensivo. Lo hanno fatto invece in maniera molto diffusa i paesi usciti dal comunismo dopo la caduta del Muro di Berlino. Il caso più importante e più citato è quello della Russia. La Federazione che ha preso il posto dell’Unione Sovietica a inizio anni ’90 introdusse subito la flat tax sui redditi delle persone fisiche con risultati eccellenti. Nel primo anno le entrate fiscali salirono del 25,2%, nel secondo del 24,6% e nel terzo del 15,2%.

MERITO DELLA FLAT O DEL MERCATO?

Altri paesi dell’ex blocco sovietico hanno introdotto la flat tax più di recente, come i tre paesi baltici di Estonia, Lettonia e Lituania, che tra l’altro fanno anche parte dell’euro, con flat tax rispettivamente al 24%, 25% e 33%. L’Ucraina ha una flat tax al 13% dal 2003 poi portata al 15% nel 2007. Anche Slovacchia, Romania, Macedonia, Albania e Bulgaria hanno la flat tax, tutti con aliquote sotto il 20%. In termini di gettito fiscale i risultati sono stati buoni, ma c’è chi sostiene che la tassa c’entri poco. In effetti le tasse sono legate alla crescita economica, più ricchezza si produce più le entrate del fisco salgono, che la tassa sia flat o progressiva. E i critici della flat tax sostengono che in tutti questi paesi le entrate fiscali sono aumentate grazie alla crescita indotta dall’arrivo del capitalismo e dell’economia di mercato.

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LE RICADUTE SUGLI INVESTIMENTI

Resta il fatto che, nel momento in cui le imprese pagassero meno tasse, avrebbero maggiori risorse disponibili non soltanto per maggiori dividendi e utili ma anche per investimenti e nuovi posti di lavoro. Grazie agli investimenti, che in Italia sono risaliti (ma di poco) solo negli ultimi due anni dopo quasi un decennio in frenata a seguito della grande crisi economica del 2008-2009 e della ricaduta del 2011, il paese potrebbe beneficiare dell’ammodernamento dei macchinari e di una crescita della ricchezza. Ciò darebbe impulso alla creazione di nuovi posti di lavoro magari nelle discipline a più alto contenuto professionale e quindi con maggiori opportunità per i giovani e per i ‘cervelli’ che avrebbero una chance in più di restare in Italia.

 

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