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USA, dal debito dei privati un fattore di possibile instabilità

“Un aumento dei tassi rischia di avere ricadute pesanti sull’economia reale americana” sostiene Novelli di Lemanik.

25 Settembre 2017 09:04
financialounge -  ConsulenTia17 Lemanik Maurizio Novelli mercato del credito tassi di interesse USA
financialounge -  ConsulenTia17 Lemanik Maurizio Novelli mercato del credito tassi di interesse USA

Più che dalla Corea del Nord o dalle tensioni geopolitiche, un’eventuale correzione dei mercati può arrivare dal ciclo del credito, che in alcuni paesi è particolarmente maturo.

Ne è convinto Maurizio Novelli, Gestore del fondo Global Strategy di Lemanik, presente a Torino per ConsulentTia 2017, che fa partire la sua analisi dalla volatilità ai minimi: “Si tratta di una situazione anomala – ha spiegato – dovuta all’attesa di capire se Trump riuscirà a implementare il programma di stimoli fiscali che ha promesso. Alla fine, comunque, si uscirà da questa situazione di bassa volatilità, e penso che accadrà molto prima di quanto si pensi”.

Secondo Novelli, attuare un programma di stimoli fiscali in un’economia caratterizzata da tassi d’interesse bassi e livelli di debito privato alti, come quella americana, rischia di provocare un aumento dei tassi che potrebbe generare un aumento di volatilità su tutte le asset classe nel medio-lungo periodo. E proprio dal contesto di tassi molto bassi, puntualizza il gestore di Lemanik, è nata una bolla del credito privato non solo negli USA, ma anche in Inghilterra e Canada. Tanto per capire, se in Italia il rapporto tra debito e reddito è del 50%, in Canada e Inghilterra l’incidenza arriva al 160%.

“Negli USA – sottolinea Novelli – il 30% dei consumi è sostenuto dal debito. Se si pensa che il 70% del PIL americano è generato dai consumi interni, si comprendono i rischi che un aumento dei tassi d’interesse potrebbe comportare”. In parole povere, un aumento dei tassi può determinare l’avvio di una bolla del credito con pesanti ripercussioni sull’economia reale e sulla finanza. Quando si parla di “bolla”, il pensiero torna alla crisi del 2007: “Allora furono i mutui – spiega Novelli – oggi il ciclo del credito è ripartito con i consumi, ma sotto alcuni aspetti la situazione è ancora più pericolosa perché legata alla “vera” domanda interna. Sarà importante capire quanta parte di questo credito è di qualità bassa, e secondo i primi dati USA la percentuale è del 25%, tutt’altro che rassicurante”.

Come si innesta, in questo discorso, il dollaro così debole? Secondo Novelli, gli operatori del cambio, alla luce delle ricadute che un eventuale aumento di tassi da parte della Fed potrebbe provocare, hanno deprezzato il dollaro. “Credo che lo scenario di dollaro debole durerà ancora a lungo – sostiene Novelli – e nei prossimi due o tre anni potrebbe arrivare a 1,40-1,50 rispetto all’euro”. Un andamento del genere, tuttavia, favorirebbe i paesi emergenti che hanno emesso obbligazioni in dollari. E tra questi, paesi con tassi reali alti come Brasile e India, potrebbero ripartire con un abbassamento dei tassi per favorire i consumi interni.
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