Piani Individuali di Risparmio

PIR, uno snodo cruciale per il futuro del risparmio italiano

Educazione finanziaria e costi: perché i Piani Individuali di Risparmio sono un'occasione che gestori e industria non possono permettersi di fallire.

8 Maggio 2017 00:01
financialounge -  Piani Individuali di Risparmio PIR politica fiscale Tommaso Corcos
financialounge -  Piani Individuali di Risparmio PIR politica fiscale Tommaso Corcos

Risparmio e piccole e medie imprese: due fiori all’occhiello dell’Italia che oggi, grazie al lancio dei Piani Individuali di Risparmio (PIR) possono aiutarsi a vicenda. In un paese in cui la maggior parte delle famiglie affida i propri risparmi a conti correnti scarsamente remunerativi e in cui le aziende a bassa capitalizzazione, che rappresentano l’ossatura dell’industria nazionale, ottengono prestiti con difficoltà, i PIR sembrano essere la quadratura del cerchio. E per molti versi, secondo gli analisti e alla luce dei primi risultati, lo sono. Ma proprio in virtù delle potenzialità di questo strumento, mai come in questo caso per il mondo del risparmio gestito e della consulenza la parola d’ordine è “vietato sbagliare”. Prima di vedere perché i PIR rappresentano un bivio cruciale, è bene ricordarne le caratteristiche principali.

COSA SONO - Varati alla fine del 2016, i Piani individuali di risparmio sono stati lanciati dal governo allo scopo di veicolare i risparmi degli italiani verso le imprese nazionali a piccola e media capitalizzazione. I contenitori fiscali denominati PIR (fondi comuni, gestioni patrimoniali, polizze vita) possono essere sottoscritti da persone fisiche residenti in Italia, che potranno investire massimo 30mila euro all’anno fino a un tetto di 150mila euro. Gli Enti di previdenza obbligatoria e le Casse di Previdenza private, invece, possono effettuare investimenti fino al limite massimo del 5% dell'attivo patrimoniale. Per l’esattezza, per essere PIR compliant un prodotto deve investire il 70% in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o operanti in Italia. Il 30% di questa quota deve essere investito in aziende non incluse dell’indice FTSE MIB e cioè verso le piccole e medie imprese come, ad esempio, quelle quotate nei segmenti MidCap e Star. L’investitore che manterrà il PIR per almeno 5 anni potrà usufruire della detassazione degli utili generati dall’investimento.

AVVIO SPRINT - Non esistono ancora dati ufficiali, ma è facile ipotizzare che dietro il boom dei fondi bilanciati a marzo ci sia proprio la corsa ai PIR. In fase di presentazione Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni, aveva valutato una raccolta a medio termine (5 anni ) di 16 miliardi di euro, 10 da retail e 6 dagli istituzionali. I risultati preliminari, riferiti solamente al primo trimestre 2017, indicano però che questa soglia potrebbe essere agevolmente superata.

OLTRE LA DETRAZIONE FISCALE - Dal punto di vista del risparmiatore (oltre ovviamente alla prospettiva di aiutare le PMI italiane) la fonte di attrazione principale è sicuramente la possibilità di usufruire della detassazione degli eventuali utili. Per ottenerla è necessario detenere il PIR per almeno cinque anni ed evitare, così, la tassazione al 26% che pesa sulle altre rendite finanziarie. Ma “l’esca” dell’esenzione può essere sfruttata per colmare un gap “storico” del risparmiatore italiano: la tendenza a non tenere in portafoglio titoli a lungo termine. Per il mondo della consulenza e del risparmio gestito, quindi, i PIR non devono rappresentare solamente un prodotto semplice da piazzare ma un’occasione per educare il risparmiatore all’accettazione consapevole del rischio. E qui entra in gioco un processo di mediazione e informazione che i consulenti sono chiamati a valorizzare.

IL NODO COSTI - Accertarsi dei costi di gestione e ingresso spetta a chi investe. Ma anche su questo fronte l’industria del risparmio gestito è chiamata a non commettere errori rischiando, ad esempio, di appesantire i PIR con costi elevati e vanificare, in parte, i possibili benefici fiscali. Un concetto, questo dell’occasione che non va sprecata, ribadito a più riprese dagli stessi gestori, anche durante l’ultimo Salone del Risparmio di Milano.

ATTENZIONE ALLA DIVERSIFICAZIONE - Un altro elemento fondamentale che l’investitore deve tenere in considerazione riguarda la diversificazione. Il punto di partenza è sempre l’obiettivo che un risparmiatore si pone, e in base a quello fare delle scelte strategiche. Evitare un’esposizione eccessiva sui PIR in un portafoglio già legato al mercato italiano, ad esempio, può essere una scelta saggia. Tuttavia, considerare una quota compresa tra il 10 e il 20 per cento di PIR nell’investimento complessivo – sempre tenendo conto dell’obiettivo che si vuole raggiungere – può essere una scelta accettabile. Non meno importante, inoltre, è la scelta delle aziende su cui investire, il cosiddetto “stock picking”. Qui, ovviamente, entrano in gioco l’abilità e la conoscenza del settore da parte dell’intermediario che ha costruito il Piano individuale di risparmio. Secondo il presidente di Piccola industria di Confindustria Alberto Baban sono almeno ventimila le piccole e medie imprese italiane che “hanno le caratteristiche per sfruttare i PIR”. Ma anche in questo caso saranno gestori e consulenti a dover effettuare una scelta oculata, in modo da veicolare la mole di risparmi verso aziende solide e con prospettive di crescita.
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