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Accordi commerciali, le lobby danneggiano i consumatori e frenano la crescita

Le lobby di alcuni settori commerciali che mirano a introdurre dazi sulle merci importate danneggiano i consumatori a medio reddito e frenano la crescita economica.

26 Settembre 2016 10:09
financialounge -  bilancia commerciale consumi donald Trump Hillary Clinton presidenziali USA USA Yves Longchamp
financialounge -  bilancia commerciale consumi donald Trump Hillary Clinton presidenziali USA USA Yves Longchamp

Tra i tanti aspetti che emergono dal confronto tra i programmi politici dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton e Donald Trump, ce n’è uno che può sembrare sorprendente, anche perché rappresenta un elemento in comune, vale a dire uno scarso entusiasmo o un’esplicita avversione nei confronti degli accordi commerciali internazionali. Un aspetto che, se per Donald Trump non fa notizia più di tanto, nel caso invece di Hillary Clinton fa quantomeno riflettere dal momento che la candidata democratica alla presidenza USA è stata promotrice del Partenariato trans-atlantico TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 tra l'Unione europea e gli Stati Uniti).

La teoria economica non lascia dubbi sui benefici degli scambi internazionali e, negli ultimi decenni la crescita e il commercio si sono evoluti di pari passo. Inoltre, gli scambi commerciali giovano anche ai consumatori, poiché la concorrenza tra i produttori mondiali si traduce in maggiore scelta e migliore qualità a parità di prezzo.
Tuttavia, la storia mette in evidenza anche qualcosa dal momento che sono davvero limitati i periodi in cui i paesi hanno mostrato una reale inclinazione all’apertura agli scambi internazionali mentre, al contrario, i dazi rappresentano la norma.

I dazi, introdotti da un paese per circoscrivere l’afflusso di prodotti esteri, vengono adottati ad esempio per proteggere un’industria nascente dalla concorrenza internazionale, per preservare un minimo di produzione locale in determinati settori strategici o anche per contrastare la concorrenza sleale che imprese straniere eserciterebbero sfruttando i benefici di sussidi statali. Indipendentemente dalla loro motivazione, le imposte sulle importazioni si traducono in prezzi più elevati e minori consumi, proteggendo i produttori nazionali scarsamente competitivi e danneggiano i consumatori.
L'attuale dibattito pubblico sui trattati commerciali sembra tuttavia influenzato molto più dalla politica estera che dai principi economici, trascurando invece i punti davvero rilevanti.

“Siamo dell’idea che il TTIP produrrà benefici per le nazioni partecipanti. Questo trattato coprirebbe un’area commerciale equivalente al 40 % dell'economia mondiale e imporrebbe norme basate sui valori occidentali. Esso fornisce dunque l'occasione di fissare norme globali prima che lo facciano le economie emergenti. Purtroppo questo tema viene spesso messo in ombra dalle discussioni relative a specifici dettagli, come il pollo al cloro” fa sapere Yves Longchamp, CFA, Head of Research ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG.
Naturalmente, laddove alcune imprese sarebbero avvantaggiate, altre potrebbero essere penalizzate. Proprio per questo per Yves Longchamp sono indispensabili una migliore comprensione degli effetti negativi degli scambi internazionali e una maggiore trasparenza sui negoziati in corso. Serve anche una discussione approfondita ed efficace sui modi in cui i governi possono incanalare parte dei benefici degli scambi verso coloro che ne sopportano gli effetti sfavorevoli.

“Finora il dibattito si è concentrato invece su dettagli aventi implicazioni limitate per andare incontro ai gruppi di interesse e guadagnare il sostegno dell’elettorato. Tuttavia, una conclusione tempestiva dell'accordo e la creazione di un mercato più ampio per consumatori e produttori sulla base di standard comuni avrebbero benefici significativi” sostiene Yves Longchamp.
D’altra parte guardando per esempio al dibattito negli Stati Uniti, se è ormai accertato che lo shock cinese sia ormai avvenuto, è altrettanto improbabile che l’America torni ad affermarsi quale paese esportatore di prodotti ad alta intensità di manodopera.

“Sarebbe peraltro ingenuo pensare che i lobbisti di alcuni settori, che si battono per l’introduzione di dazi o contingenti d’importazione, lo facciano per il bene della collettività anziché per il proprio interesse. Un aumento delle imposte sulle importazioni non annullerebbe gli sviluppi economici degli ultimi due decenni; comporterebbe invece un rincaro dei beni importati, danneggiando i consumatori a medio reddito e frenando la crescita economica” conclude Yves Longchamp.

** Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Ethenea
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