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Dollaro forte, i tre fattori frenanti nel breve termine

13 Maggio 2015 09:22

financialounge -  dollaro politica monetaria tassi di interesse USA
te apprezzamento negli ultimi 9 mesi rispetto alle altre principali divise internazionali, i dati economici statunitensi che si sono indeboliti, e il miglioramento della crescita in Europa che potrebbe favorire un certo deflusso di capitali dai mercati statunitensi. Sono questi i tre fattori che, secondo un’analisi degli esperti di Goldman Sachs Asset Management (“GSAM”), potrebbero frenare nel breve termine un’ulteriore ascesa del dollaro USA. Tuttavia, fanno comunque notare i professionisti di GSAM, se si esclude uno shock significativo per la crescita statunitense, è probabile che l’attuale forza del biglietto verde possa esprimire un trend di lungo periodo, quale funzione della divergenza delle politiche monetarie. Infatti, mentre gli Stati Uniti procedono con cautela verso un primo rialzo dei tassi, le altre principali economie mantengono politiche monetarie accomodanti sempre più competitive volte a indebolire le rispettive valute e a sostenere le esportazioni. Di conseguenza, il tipico rapporto tra fondamentali e valute, in cui i primi guidano le seconde, si sta invertendo, e i movimenti valutari dovuti alle politiche monetarie cominciano a influenzare i fondamentali.

“Nell’ambito della nostra strategia valutaria, ci stiamo posizionando tatticamente sul dollaro USA in un'ottica di breve periodo, con una preferenza per un posizionamento lungo (rialzista) rispetto ad una serie di valute, fra cui il dollaro canadese e quello australiano. Per contro, siamo solo moderatamente corti (ribassisti) sull’euro” rivelano gli specialisti di GSAM che con un dollaro forte intravedono fattori negativi sul fronte interno e positivi nei mercati esteri. Sul fronte interno, gli svantaggi di un dollaro forte per gli esperti di GSAM sono evidenti, poiché negli ultimi mesi tre fattori di crescita particolarmente sensibili agli sviluppi valutari hanno registrato un rallentamento:

1) industria manifatturiera. In marzo l’indice dell’Institute for Supply Management (ISM) ha registrato una flessione per il quinto mese consecutivo, scendendo a quota 51,5. Tale contrazione è imputabile in parte alle difficili condizioni meteorologiche (il Nordest del Paese ha registrato l’inverno più rigido di sempre ), ma i sondaggi citano anche il dollaro.

2) investimenti delle imprese. Gli investimenti delle imprese registrano un rallentamento dallo scorso ottobre. La causa principale è il ribasso dei prezzi del petrolio, in un contesto in cui i tagli alla produzione di energia deprimono la domanda di macchinari per le attività di estrazione e costruzione. Tuttavia, in alcuni settori il rally del dollaro pone un ulteriore freno, specialmente fra le multinazionali che generano gran parte del fatturato nei mercati esteri.

3) le esportazioni statunitensi si sono indebolite e i nuovi ordini evidenziano un andamento più divergente rispetto all’export dell’Eurozona, in un contesto in cui la parità fra euro e dollaro appare sempre più vicina. In marzo la moneta unica ha segnato il minimo da 12 anni contro la valuta statunitense.

“Riteniamo che negli Stati Uniti il momentum economico sia sufficiente ad assicurare una crescita attorno al 3% per il 2015. I bassi prezzi del petrolio favoriscono un allentamento delle condizioni finanziarie e dovrebbero sostenere la crescita, poiché il denaro risparmiato alla pompa di benzina potrà essere speso in consumi, anche se occorrerà del tempo prima che ciò si traduca in un aumento delle vendite al dettaglio” puntualizzano gli esperti di GSAM che poi concludono indicando la view di investimento: “Il nostro giudizio sul credito societario statunitense rimane positivo. Pur avendo rafforzato l’esposizione agli emittenti europei, in alcuni settori i rally trainati dalle politiche di stimolo hanno fatto salire le valutazioni oltre i livelli giustificati dai fondamentali. Le azioni europee appaiono più interessanti, e per mitigare alcuni degli effetti negativi della conversione valutaria qualche investitore potrebbe decidere di acquistare gli American Deposit Receipts (ADR), che rappresentano azioni di società estere quotate presso le borse valori statunitensi”.



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