Europa

Il 2015 sarà l’anno della rivincita della gestione attiva

14 Gennaio 2015 - 13:00
financialounge - news
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Le previsioni sono cruciali per individuare possibili rischi, geopolitici e finanziari, per indirizzare le scelte di investimento, per la pianificazione delle famiglie, per disegnare nuovi prodotti finanziari. Ricorrono alle previsioni le assicurazioni, le banche, le società di gestione, i consulenti, i risparmiatori. Tuttavia, sebbene le previsioni (anche in campo economico e finanziario) siano spesso destinate a fallire, qualche riflessione sullo scenario e sulle possibili scelte di investimento, invita a scansare sia l’ottimismo irrazionale che gli altrettanto dannosi pregiudizi emotivi.
“Non è temerario affermare che il 2015 sarà l’anno delle molte «D»: Divari, Deflazione, Deficit di Domanda, Disoccupazione, Debito. Si tratta tutto sommato delle medesime questioni che hanno dominato il 2014” sottolinea Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global, nel commento analitico "L’Alpha e Beta" del 12 gennaio per il quale, peraltro, si insinua una ulteriore, insidiosa «D», quella di «depressione», termine utilizzato più o meno con lo stesso significato in psicologia e in economia, una “sfiducia nel futuro che è al tempo stesso individuale e collettiva”, come scrive Carlo Bastasin (Sole 24 Ore, 30.11.2014).

Ad ogni modo, se i divari economici, politici e culturali che hanno segnato il 2014 continueranno a dettare l’agenda del mondo anche per i mesi a venire, nei portafogli di investimento resta cruciale la ricerca di «alpha» ed è altrettanto decisiva la gestione attiva in uno scenario popolato da operatori che pendono dalle labbra dei banchieri centrali, scrutano il loro linguaggio per cercare di comprenderne le mosse future. “Il paradosso è che la sicurezza del portafoglio esige il sacrificio delle garanzie, la ricerca di rendimento obbliga all’incremento del rischio, all’aumento della diversificazione verso tutte le classi di attivo, all’espansione dell’orizzonte dell’investimento, al ricorso alla gestione attiva” puntualizza Carlo Benetti.
Nonostante il 17% degli investimenti globali in fondi azionari sia in soluzioni passive, è proprio in periodi come questo che la gestione attiva offre prove della propria efficacia. Dal 2008 i prezzi delle asset class sono stati pesantemente condizionati dalle politiche non convenzionali delle banche centrali, i rendimenti sono stati compressi, le valutazioni azionarie sono aumentate. Con il 2015 questo scenario macroeconomico è destinato a cambiare profondamente ha annotato Alex Friedman, CEO del Gruppo GAM, mentre la Federal Reserve sta uscendo dal programma di alleggerimento quantitativo e sta per mettere la parola fine ad anni di politica di tassi a zero: con circa il 50% delle transazioni finanziarie globali denominate in dollari, tale mutamento delle politiche monetarie dovrebbe avere un effetto a cascata su larga parte dell’economia mondiale.

“Negli ultimi tre anni solo il 21,5% dei fondi azionari ha battuto l’indice S&P 500 ma se allunghiamo l’analisi agli ultimi dieci anni la percentuale sale a oltre il 50%” ricorda Carlo Benetti per il quale la gestione attiva è indispensabile anche nei mercati emergenti, che non possono più essere considerati una classe di attivo omogenea ma, al contrario, un segmento del portafoglio che esige maggiore selettività quanto più si differenziano i percorsi di crescita dei vari paesi e delle aree geografiche.
“A proposito di valutazioni, le azioni europee confermano anche in questo inizio anno la loro accessibilità grazie alla combinazione di bassa inflazione, una banca centrale accomodante, costi di finanziamento bassi ed euro debole. Un aspetto ignorato o semplicemente poco noto è che le società europee sono più globali di quanto si pensi: circa il 50% dei ricavi deriva da correnti di lavoro al di fuori dei confini europei” specifica Carlo Benetti che poi aggiunge: “Una delle ragioni della recessione nel Vecchio Continente (certamente non l’unica né la più importante) è stata l’indolenza che nel 2009 ha rallentato la ricapitalizzazione adeguata del sistema bancario, ulteriormente indebolito nelle crisi del 2011 e 2012. In un sistema in cui la maggiore fonte di finanziamento è quella bancaria, la debolezza degli istituti ha amplificato la debolezza del ciclo economico. Sia pure con colpevole ritardo i deficit di patrimonializzazione sono stati colmati e il settore bancario è in grado di ridare impulsi creditizi al sistema”.

Ci sono peraltro elementi che avvalorano l’investimento nei listini europei: il cambio nella retorica politica, dove gli accenti si sono spostati dai vincoli del rigore all’urgenza di misure di stimolo, rallenta il devastante “deleveraging” e il sistema bancario è pronto a finanziare la domanda di credito, i pesanti pedaggi sociali imposti in alcuni paesi del sud Europa si sono realizzati nella diminuzione del costo del lavoro per unità di prodotto abbassando i divari di competitività, i paesi che fanno il maggior ricorso alle importazioni di petrolio sono Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e il crollo del prezzo compensa ampiamente il dollaro più caro dando sollievo alle bilance dei pagamenti, la ritrovata competitività dell’euro è vento nelle vele delle società esportatrici.
Le valutazioni azionarie inoltre, anche depurate dagli effetti del ciclo economico (Shiller P/E o CAPE), si presentano convenienti sia in termini storici e, a maggior ragione, nel confronto con le azioni americane.

“Ma anche queste ultime continuano a meritare l’attenzione degli investitori: negli Stati Uniti la ripresa economica procede spedita, la disoccupazione è scesa al 5,8%, è aumentata la fiducia dei consumatori il cui potere d’acquisto cresce di fatto grazie al basso costo del carburate, gli utili delle società sono corroborati da ripresa economica e basso costo dell’energia. Ancora interessanti il settore dell’health-care, sostenuto nel corso del 2014 da una intensa attività di fusioni e di acquisizioni, e il settore tecnologico, con preferenza ai titoli value” confida Carlo Benetti che poi conclude “Il sovrappeso relativo delle azioni rispetto alle obbligazioni va accompagnato con l’avverbio di derivazione «leggermente», da intendersi in senso strettamente letterale e cioè «con mente leggera», non intorpidita dall’ottimismo irrazionale (sarà un altro anno fantastico) e neppure ostaggio di pregiudizi emotivi (il crollo è imminente)".


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