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Preferiti mercati emergenti, Giappone e settori ciclici

25 Giugno 2014 - 7:10
financialounge - news
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Nel portafoglio regionale la Pictet Asset Management Stratetic Unit (PSU) continua a privilegiare le piazze azionarie giapponesi ed emergenti rispetto a quelle statunitensi ed europee. A renderlo noto è la stessa PSU, il gruppo di investimento responsabile delle linee guida di asset allocation in ambito azionario e obbligazionario, nonché in materia di valute e di commodity, nell’ultimo Barometer di giugno 2014.

Nelle ultime settimane i mercati azionari emergenti sono saliti grazie alle attese di ripresa economica e all’interesse degli investitori, risvegliato dalle valutazioni. Al rally ha contribuito anche l’esito delle elezioni in India, che hanno dato una solida maggioranza al riformista Modi. Nonostante i recenti guadagni, però, le borse dei Paesi emergenti appaiono ancora allettanti rispetto a quelle del mondo industrializzato.

“L’attuale sconto del 24% in termini di P/E (rapporto prezzo / utili) ci sembra eccessivo alla luce di un possibile recupero dei margini di profitto delle aziende (i margini netti delle società dei mercati emergenti, scesi al di sotto di quelli delle imprese dei Paesi avanzati per la prima volta in 20 anni, dovrebbero ormai aver raggiunto il minimo)” sottolinea la PSU. Inoltre, il recente miglioramento dell’indice dei responsabili degli acquisti in Cina punta a un’accelerazione della crescita dei mercati emergenti nei prossimi mesi.

Nell’ambito delle piazze azionarie emergenti, la preferenza della PSU va sempre ai titoli value, più convenienti di quelli growth; di qui il sovrappeso di energia, materiali e finanza.
Il listino giapponese è, sempre a giudizio della PSU, il più economico, in quanto dovrebbe beneficiare ulteriormente della debolezza dello yen e di nuove misure di stimolo monetario della BoJ (Bank of Japan) nel terzo trimestre di quest’anno. Il mercato azionario giapponese, inoltre, tende a sovraperformare le altre piazze avanzate nei momenti di ripresa economica globale. Un ulteriore elemento di sostegno potrebbe essere un eventuale ritorno degli investitori locali retail e istituzionali, i cui portafogli sono attualmente sovraesposti al segmento fixed income e ad altri asset sicuri.

L’azionario USA, invece, presenta ancora valutazioni eccessive, pur vantando solidi fondamentali (espansione economica e crescita degli utili aziendali). Scambiati a 25 volte gli utili prospettici, i titoli americani presentano un P/E depurato degli effetti del ciclo superiore del 30% circa alla media a lungo termine.
Dopo le abbondanti sottoscrizioni dei mesi scorsi, le azioni europee rappresentano ormai un consenso favorevole di mercato, ma potrebbero risentire di una scarsa crescita degli utili e del vigore dell’euro, che erode i margini di profitto.

“La nostra visione è corroborata dalle valutazioni: per la prima volta dal 2003, i titoli europei, scambiati a 14,2 volte gli utili prospettici, sono più cari di quelli globali. Abbiamo ampliato l’esposizione alle aree cicliche, aumentando la ponderazione dei beni voluttuari a un livello neutrale e riducendo gli investimenti nell’energia a un peso di mercato. Le valutazioni dei beni voluttuari sono tornate alla media storica, mentre si fa sempre più probabile una ripresa della spesa al consumo trainata da una maggiore occupazione e dai bassi costi di finanziamento. A ciò si aggiunge il miglioramento delle prospettive di utile del settore” puntualizza la PSU. I titoli dell’energia hanno messo a segno buoni progressi e il potenziale di ulteriore rialzo è limitato, dopo l’impennata del prezzo del petrolio al limite superiore del recente intervallo di contrattazione.

“Sovrappesiamo informatica, materiali e industria, che dovrebbero essere favoriti da un possibile aumento degli investimenti tecnici, nonché il settore finanziario, sostenuto dall’aumento dei prestiti ai privati e dal calo delle morosità sui mutui residenziali. Fra le posizioni di sottopeso figurano invece le aree più difensive, quali utility, sanità e telecomunicazioni. Ci aspettiamo una continua sottoperformance delle small cap e un’ulteriore contrazione del divario delle valutazione rispetto alle large cap” conclude la PSU.
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