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La quota di liquidità in portafoglio

10 Giugno 2013 - 6:00
financialounge - news
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In qualsiasi portafoglio finanziario, da quello più semplice del piccolo risparmiatore meno evoluto fino a quello confezionato su misura da consulenti indipendenti per il cliente più esigente, c’è sempre una certa percentuale di liquidità.

La differenza non sta tanto negli strumenti, ovvero se si tratta di titoli a reddito fisso (obbligazioni e titoli di stato) a breve termine piuttosto che strumenti bancari (pronti contro termine, certificati d’investimento) con scadenze ravvicinate o fondi monetari, quanto piuttosto nella percentuale e nella gestione di questa quota. Un aspetto niente affatto secondario sulla performance del portafoglio. Proviamo a scoprirlo con alcuni esempi pratici.

Negli ultimi tre anni, dal maggio 2010 al maggio 2013, l’indice generale dei fondi comuni italiani si è apprezzato del 9,55%: nello stesso intervallo di tempo, l’indice dei fondi azionari è cresciuto del 15,67% e quello relativo ai fondi monetari del 3,88%.

Un portafoglio composto inizialmente (maggio 2010) al 90% in fondi azionari e al 10% in fondi monetari, avrebbe registrato una performance triennale (maggio 2013) del 14,49%: uno all’80% in fondi azionari e al 20% in fondi monetari avrebbe invece fatto guadagnare il 13,31%.

Affinchè il rendimento a tre anni rendesse meno dell’indice generale dei fondi, il portafoglio iniziale avrebbe dovuto essere suddiviso al 40% in fondi azionari e per l’altro 60% in fondi monetari: in questo caso la performance triennale non sarebbe andata oltre l’8,60%. Però, se la ripartizione iniziale del 40% in fondi azionari e al 60% in fondi monetari fosse stata mantenuta fino al novembre 2011, per poi spostare un 10% dai fondi monetari a quelli azionari, la performance finale a maggio 2013 sarebbe aumentata di quasi due punti percentuali portandosi al 10,47%.
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