2019 anno della stabilità valutaria, un’ottima notizia per mercati e investitori

di Redazione

Il mercato delle valute, che scambia 6.000 mld al giorno, continua a essere il regno del dollaro, ma affiancato da altre monete sempre più affidabili e stabili, che aiutano a attutire le turbolenze dei mercati

Se c’è un mercato finanziario che ha superato senza alcuna turbolenza o quasi gli ultimi 12 mesi, che invece hanno visto mare mosso almeno in tre occasioni su azionario e obbligazionario, questo si chiama forex. Volatilità praticamente assente. Il dollaro è un 5 cent più forte contro euro di quanto non fosse un anno fa, lo yen si è invece rafforzato sul biglietto verde, ma anche qui parliamo di una manciata di punti. A parte casi estremi come Argentina e Turchia, gli ultimi 12 mesi sono stati di calma tranquilla sul mercato valutario, dove ogni giorno passano di mano 6.000 mld di controvalore in dollari. Fortunatamente non si sono concretizzati i timori che la guerra dei dazi si trasformasse in guerra valutaria a colpi si svalutazioni competitive, uno scenario che si era aperto con la brusca svalutazione dello yuan da parte dei cinesi ai primi di agosto. Nel mondo globalizzato di oggi, governi e banche centrali hanno pochi strumenti per manipolare i cambi, e il prezzo alla fine lo fa il mercato, che tiene conto di molti fattori, il primo dei quali spesso non è il rendimento offerto da una valuta rispetto alle altre.

IL RENDIMENTO NON È IL SOLO FATTORE CHE MUOVE I CAPITALI

Oggi stare sul dollaro rende più o meno il 2%, i cugini di Canada, Australia e Nuova Zelanda qualcosa tra l’1,2 e l’1,4%, la corona norvegese appena meno e la sterlina uno 0,6-0,7%. Posizionarsi su altre grandi valute, come euro, yen o franco svizzero, invece ha un costo, causa i tassi negativi. Eppure lo yen negli ultimi 12 mesi si è apprezzato sia su euro che su dollaro. Una spiegazione è che gli investitori cercano nello yen un’alternativa allo yuan cinese, considerato più rischioso per la guerra dei dazi, il rallentamento dell’economia e la possibilità di svalutazioni repentine come ad agosto. Un’altra ragione della forza relativa dello yen si chiama carry trade, vale a dire indebitarsi a costo zero, come appunto nella moneta giapponese, per investire in asset più a rischio ma più redditizi. La differenza tra il costo del debito e il rendimento dell’investimento a rischio è il premio per il carry-trader. Ma quando torna una certa avversione al rischio, come nel corso di quest’anno, i carry-traders vendono gli asset rischiosi, incassano il margine e rientrano dei prestiti in yen, causando il rientro in patria di yen che ne fa salire il prezzo.

I SOLDI VANNO DOVE C’È LA CRESCITA E HANNO IL SIMBOLO DEL DOLLARO

E qui siamo al motore principale del forex, più dei rendimenti e dei posizionamenti opportunistici: i flussi di capitale. La Fed può anche tagliare i tassi a sottozero, come vorrebbe Trump, ma se l’economia americana continua a crescere più delle altre e le imprese a stelle e strisce continuano a macinare utili più dei concorrenti europei e giapponesi, i soldi vanno a finire lì, quale che sia il livello dei tassi del Fed Fund. In questi giorni sta tornando di moda il tema del declino del dollaro come moneta egemone. Qualche giorno fa il FT vi ha dedicato una lunga analisi con pareri autorevoli quasi tutti convergenti sul fatto che il biglietto verde sia in lento ma inesorabile declino. A supporto di questa tesi anche i dati del FMI sulle riserve delle banche centrali visualizzati nel grafico qui sotto.

Quantità di riserve globali allocate in dollari (Fonte: Goldman Sachs, Fmi)
Quantità di riserve globali allocate in dollari (Fonte: Goldman Sachs, Fmi)

ANCHE LE BANCHE CENTRALI HANNO IMPARATO A DIVERSIFICARE

Il declino delle riserve denominate in dollari non vuol dire che tra 10, 20 o 30 anni il petrolio e le altre materie prime, oro compreso, non saranno prezzate in dollari. Ma forse che, come ogni investiture prudente che guarda al lungo termine, anche le banche centrali diversificano. E lo possono fare perché c’è più scelta tra gli asset valutari sicuri e perché questi asset con il passare del tempo mostrano di essere sempre più solidi e stabili.

Sete di rendimenti: Btp in dollari vincenti, ma molto dipenderà dalla Bce

Sete di rendimenti: Btp in dollari vincenti, ma molto dipenderà dalla Bce

UN’OTTIMA NOTIZIA PER LE ECONOMIE E GLI INVESTITORI DI TUTTO IL PIANETA

La stabilità valutaria, se duratura e affidata all’efficienza di mercati sempre più liquidi e sempre meglio informati, è un’ottima notizia per le economie e gli investitori del pianeta. In primo luogo perché mette le prime al riparo da flussi e deflussi di capitale violenti, che hanno accompagnato tutte le crisi degli ultimi decenni, con conseguenze a volte devastanti per i fondamentali. E per l’investitore globale che guarda al lungo termine, mercati valutari stabili abbattono il costo della copertura dal rischio di cambio, che spesso costituisce un deterrente ad avventurarsi fuori dai confine del proprio mercato azionario o obbligazionario domestico. E capitali che si sentono più liberi e sicuri di spostarsi per le principali aree valutarie sono sicuramente una garanzia di tenuta per gli stessi mercati, a cominciare da quelli azionari.

BOTTOM LINE

La bottom line è che a 75 anni dagli accordi monetari di Bretton Woods, di fatto saltati nel 1971 con l’abbandono del gold standard da parte degli Usa ma ancora celebrati a luglio scorso a Parigi in pompa magna, il mercato valutario globale sembra aver trovato in autonomia la sua Bretton Woods, senza bisogno della lunga mano dei governi. Oltretutto il forex è la più grande piazza finanziaria del mondo, ma è anche l’unica a non essere regolamentata. Ci pensa e anche abbastanza bene da solo.

YinYang / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
14 Ottobre 2019
Partner
Top