International Editor’s Picks – 02 marzo 2015

Si avvicina il 10 marzo, la data in cui 15 anni fa il Nasdaq toccò il massimo intraday di tutti i tempi a 5.132,52 per poi precipitare con lo scoppio della bolla. Ora si sta avvicinando sempre più a quel record e Usa Today si chiede quali siano le differenze tra oggi e allora. La prima è che le società high tech di oggi generano cash a un ritmo incomparabile rispetto a quello di 15 anni fa, quando erano prezzate in Borsa agli stessi livelli di oggi. Per esempio, Cisco nel 2000 generava $ 6,1 miliardi di cash, oggi Apple, la Cisco di questi tempi, genera $ 33,7 miliardi di cash. Cisco, Intel, Microsoft e Oracle facevano utili già 15 anni fa, ma ora ne generano molti di più e inoltre sono state tutte raggiunte e sorpassate da Apple e Google. Cisco ad esempio oggi genera il doppio di cash di 15 anni fa, quando era tra i titoli più capitalizzati del Nasdaq. Nell’insieme i gruppi high tech siedono su qualcosa come $ 500 miliardi di cash. E fanno utili miliardari, come Facebook, a differenza di 15 anni fa. Inoltre, solo un anno e mezzo dopo il picco, arrivò l’11 settembre, assestando un secondo formidabile colpo alla disponibilità a prendersi rischi in Borsa. Oggi non ci sono attacchi come quello, il che non esclude che possano ripetersi, ma il mondo è pieno di crisi e gli investitori non si lasciano spaventare. Usa Today chiude con un vecchio proverbio di Wall Street: le azioni sono capaci di scalare pareti di preoccupazioni.
C’era una volta il “too big to fail”, le banche troppo grandi per fallire. Oggi va di moda il “too big to manage”, società troppo grandi per essere gestite da un solo CEO. Il tema lo ha sollevato il grande capo di HSBC Gulliver, finito nel mirino per una serie di infortuni con i regolatori di mezzo mondo culminati con la pubblicazione sui media della lista di centinaia di clienti titolari di conti nei paradisi fiscali. E Gulliver sceglie il FT di sabato per denunciare: “ma come faccio a sapere cosa fa ciascuno dei miei 275.000 dipendenti?”. In precedenza si era lamentato del fatto che ai CEO di grandi banche come lui venivano chiesti standard di comportamento più severi di quelli chiesti ai vescovi o agli alti gradi militari. Il giornale della City lo prende sul serio ricordando che il problema esiste dal 2000 Avanti Cristo, quando un gruppo di Assiri dette vita alla prima multinazionale della storia dell’umanità. Dopo una luna analisi il giornale rosa giunge alla conclusione che la formula giusta è contenuta in un proverbio russo citato da Reagan quando aveva a che fare con i sovietici negli anni 80: fidati, ma poi verifica.
In God we trust, sta scritto sulle banconote americane. Ma sarebbe più appropriato che ci fosse scritto “in Dollar we trust”. Sul New York Times di sabato una lunga e appassionante analisi sostiene che la fede nel dollaro ha ormai superato quella in qualsiasi divinità, profeta o Messia nella storia dell’umanità. Il dollaro ha retto l’impatto del crac Lehman nel 2008 e anzi è stato lo strumento con cui gli Stati Uniti si sono salvati e hanno salvato il resto del mondo. In paesi come la Turchia, Sud Africa, Indonesia, Ungheria, Brasile o Libano la capa della Fed Janet Yellen ha più potere, grazie ai dollari che stampa, dei governi locali. Una fede assoluta nel biglietto verde che può essere pericolosa, sempre secondo il Times. Un mondo aggrappato a una sola certezza è un posto più rischioso di un mondo senza certezze assolute. Se venisse a mancare il gancio cui sta appeso il pianeta non ce ne sarebbe uno di riserva.




FinanciaLounge
2 Marzo 2015
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