Il dolce dilemma degli obbligazionisti Cir

Per i risparmiatori che volessero investire stamani i propri risparmi in un titolo di stato con scadenza 2024 le possibili alternative, nell’area euro, spazierebbero tra l’1,01% del bund tedesco al 3,15% del titolo portoghese, passando per i decennali di Olanda (1,15%), Francia (1,34%), Spagna (2,15%) e Italia (2,37%). Allargando gli orizzonti al di fuori dell’area euro, soppesando opportunamente prima, però, l’imprevedibilità dei cambi valutari nei prossimi 10 anni, si può sottoscrivere un gilt inglese (2,48%), un Treasury USA (2,54%) o un governativo australiano (3,57%).

In questo contesto, la scelta a cui sono chiamati a esprimersi entro il prossimo 1 ottobre i possessori di bond Cir 2024 non è semplice. Infatti dovranno decidere se consegnare i titoli e intascare 109 euro di nominale oppure conservare il titolo fino alla scadenza e incassare ogni anno una cedola del 5,75% fino al 2024. Il gruppo Cir, tramite i suoi legali, ha infatti avvisato i sottoscrittori del prestito obbligazionario scadenza 2024 che intende ricomprare i titoli, al 108% del valore nominale, più un eventuale importo extra in denaro a circa l’1% del valore nominale dei titoli, per un totale, per l’appunto, di 109 euro a fronte di 100 euro di valore facciale.

I risparmiatori chiamati a rispondere al dilemma, che presenta comunque due soluzioni positive per gli obbligazionisti, possono quindi incassare tutto e subito 109 euro da reinvestire in altri strumenti finanziari oppure aspirare alla ricca cedola annua (5,75%) esponendosi però al rischio di un possibile default (fallimento) o di una ristrutturazione del debito societario.

Il caso del bond Cir richiama l’attenzione su un aspetto dei corporate bond, sia investment grade che high yield, che alcuni asset manager ritengono non affatto secondario: l’opzione call. Quest’ultima è la possibilità che alcuni bond societari prevedono e che consentono all’emittente di rimborsare il debito a un determinato prezzo, in un qualsiasi momento durante la vita del titolo.

L’emittente può quindi, qualora l’attività aziendale sia in miglioramento o le condizioni di mercato siano vantaggiose, riscattare prima della scadenza i bond emessi ed emetterne di nuovi riconoscendo però un tasso d’interesse inferiore: ai possessori dei bond sarà liquidato un controvalore in genere superiore di alcuni punti percentuali al nominale, ma che copre soltanto in parte il guadagno che il risparmiatore avrebbe se tenesse il titolo fino alla scadenza.

Sempre in tema di bond, gli obbligazionisti più accorti farebbero bene poi a verificare che il titolo sottoscritto preveda una particolare protezione, la cosiddetta “opzione put in caso di cambio di controllo”. Tramite questa opzione l’obbligazionista ha il diritto, ma non l’obbligo, di consegnare i titoli all’emittente incassando il 101% del valore nominale, nel caso in cui avvenga un cambio di proprietà dell’azienda. Una clausola che protegge gli investitori dalla possibile perdita di valore del bond determinata da un’acquisizione delle società emittente da parte di un altro gruppo ritenuto più a rischio o più indebitato.

Va da sè che, di solito, il singolo risparmiatore non ha le competenze e il tempo per poter espletare compiutamente tutte queste verifiche che, se non rispettate, possono provocare ingenti perdite: anche per questa ragione è consigliato affidarsi a un buon fondo obbligazionario corporate bond o high yield che diversifica in centinaia di emittenti, tutti selezionati da team di gestione specializzati.




FinanciaLounge
25 Settembre 2014
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