Idee di investimento – Obbligazioni – 10 settembre 2018

Mentre la crisi valutaria turca e la situazione politica italiana alimentano tensioni sui mercati, per contrastare gli effetti dei dazi commerciali si può far leva sui Treasury USA e sulle valute asiatiche.

LO SCUDO DEI TREASURY USA E DELLE VALUTE ASIATICHE

Le coperture per cautelarsi da un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali includono la duration USA (ovvero il posizionamento sui titoli di stato americani a lungo termine) e posizioni in portafoglio al ribasso sullo yuan cinese e sul won sudcoreano e al rialzo sullo yen giapponese. Questo perché, come viene argomentato nell’articolo Dazi commerciali, uno scudo con titoli di stato USA e valute asiatiche nel caso in cui ci fosse un’accelerazione dei dazi commerciali diminuirebbe la propensione al rischio da parte degli investitori internazionali che, di solito, in questo tipo di situazioni tendono a comperare i titoli del Tesoro (Treasury) statunitensi ritenuti il bene rifugio per eccellenza, facendone aumentare i prezzi e diminuire i rendimenti (che si muovono in direzione opposta alle quotazioni). Allo stesso tempo, le autorità di Pechino e di Seul, al fine di contrastare gli effetti negativi dei dazi sulle proprie esportazioni, piloterebbero al ribasso le rispettive monete (yuan e won). Per quanto riguarda invece lo yen giapponese, molti speculatori internazionali che usano i finanziamenti in yen (quasi a tasso zero) per alimentare le proprie posizioni di mercato, per evitare di accusare perdite azzererebbero le posizioni in portafoglio restituendo i finanziamenti in yen (e quindi, anche in questo caso, si alimenterebbe la domanda di valuta giapponese).

LA FORZA POLITICA DEL DOLLARO

D’altra parte acquistare Treasury significa posizionarsi sul dollaro che, come dichiara nell’articolo La forza di una valuta dipende dalla politica. E il dollaro non teme rivali Philippe Waechter, Chief economist di Ostrum AM (Gruppo Natixis IM) ha un futuro luminoso davanti a sé. “Nessun altro paese ha il peso politico degli Stati Uniti e Trump ne trae grande vantaggio. All’Europa mancano del tutto i mezzi per contrastare la forza politica statunitense e, finché il Vecchio Continente non sarà in grado di costringere gli altri ad accettare le proprie scelte, la sua moneta non potrà rivaleggiare con la potenza del biglietto verde” spiega l’esperto. D’altra parte è il potere politico che fa della moneta di un paese uno strumento globale. E proprio alla luce di questa considerazione e della dimostrazione di potere degli Stati Uniti (soprattutto, ma non solo, diplomatico) la divisa di Washington non teme rivali.

DEBITO ITALIANO, COSA RISCHIA CON IL DOWNGRADE

Caratteristiche che sembrano invece scarseggiare all’Italia alle prese con una situazione politica alquanto delicata. Con il rischio di declassamento del rating del propri debito, una eventualità che impedirebbe a diversi importanti investitori, tra cui la BCE, di acquistare i titoli del debito italiano. Secondo una recente stima effettuata dagli analisti di Bank of America Merrill Lynch (e riportata nell’articolo Debito, cosa rischia l’Italia se perde il timbro investment grade) se tale scenario si materializzasse, potrebbe far scattare vendite nette per almeno 80 miliardi di euro facendo schizzare ancora più in alto i rendimenti dei titoli del debito pubblico italiano. Insomma, le prossime settimane saranno estremamente delicate e tutto ruoterà sulla legge di bilancio e sulle indiscrezioni che trapeleranno prima della sua stesura ufficiale. Come ha fatto notare Eoin Walsh di TwentyFour Asset Management (gruppo Vontobel AM), nella giornata di venerdi in un articolo de La Stampa, si rivelava che il ministro delle Finanze Giovanni Tria starebbe preparando una legge di bilancio per il 2019 che porterebbe a un rapporto deficit/PIL dell’1,5%.

TURCHIA, I PROBLEMI DI UN MERCATO DI FRONTIERA

Un’altra fonte di tensione sui mercati è la crisi della Turchia. Tra i problemi strutturali di Ankara spicca l’elevata esigenza di finanziamento in dollari statunitensi, conseguenza del livello di debito estero a breve termine e del deficit delle partite correnti del paese. “Riteniamo che le preoccupazioni sulle mosse future di Washington in materia di politica commerciale e sulle potenziali sanzioni continueranno a esercitare pressione sulla performance degli attivi turchi, fino a quando la disputa diplomatica tra Stati Uniti e Turchia non verrà risolta” commenta nell’articolo Crisi Turchia, una situazione distinta rispetto a quella degli altri mercati emergenti Sam Finkelstein, co-deputy CIO Global Fixed Income team di Goldman Sachs Asset Management (GSAM) e global head Emerging Markets. Secondo l’esperto è tuttavia necessario contestualizzare quanto sta accadendo agli asset della Turchia evitando di proiettare scenari poco positivi per gli attivi di tutti i mercati emergenti. È vero che una peculiarità di questi asset è la spiccata volatilità ma questo non preclude affatto una performance positiva nel medio-lungo termine.

PERCHÉ L’INDIA È DIVERSA DALLA TURCHIA

Intanto mentre Ankara e Buenos Aires sono alle prese con pesanti crisi valutarie e la Cina affronta un pericolo di rallentamento, l’India ad agosto ha registrato una ulteriore accelerazione. Non a caso, nell’articolo L’India conferma che i mercati emergenti non sono affatto uguali Craig Botham, Emerging Markets Economist di Schroders, sottolinea come l’economia indiana sia quella che cresce al ritmo più veloce al mondo, tra quelle principali, evidenziando la resilienza del paese alle preoccupazioni derivanti da un potenziale rallentamento cinese o, più in generale, dalle implicazioni delle guerre commerciali in atto. Infatti il PIL del secondo trimestre dell’India (+8,2% anno su anno), in ulteriore accelerazione rispetto ai primi tre mesi dell’anno (+7,7% anno su anno).

ORO, FATTORI TECNICI, STATISTICI E FONDAMENTALI A FAVORE

Infine segnaliamo un’altra valida alternativa all’investimento azionario: l’oro. Come rivelato nell’articolo Oro, perchè a settembre potrebbe fare meglio delle azioni a livello statistico, il mese di settembre evidenzia le migliori performance sui mercati per l’oro e tra le peggiori per le azioni. Settembre infatti è il peggiore del calendario per le azioni, ed è il mese migliore per l’oro. Da quando hanno iniziato ad essere negoziati sui mercati degli Stati Uniti nei primi anni ’70, i lingotti d’oro hanno generato un guadagno medio del 2,1% a settembre: la media mensile per tutti gli altri mesi escluso settembre si ferma allo 0,6%. D’altra parte, emergono fattori tecnici e altri legati ai legati fondamentali che posizionano l’oro in una situazione migliore (o meno peggiore) rispetto al mercato azionario. In primis, le quotazioni attuali dell’oro sono inferiori di oltre il 30% dai massimi di sette anni fa mentre quelle dei principali indici di Borsa sono sui massimi di sempre (o comunque vicini ad essi). Inoltre mentre il ciclo economico ha imboccato la sua fase conclusiva (e quindi è più probabile che si manifestino delle sorprese negative su margini e utili aziendali) la domanda mondiale di oro è insensibile all’andamento dell’economia. Infine, se le tante fonti di preoccupazioni sui mercati (dazi commerciali, crisi della Turchia e dell’Argentina, instabilità politica in Italia ed Europa) sfociassero in turbolenze sui mercati, la richiesta di beni rifugio (e, quindi, anche di oro) potrebbero salire.

HAKINMHAN / iStock / Getty Images Plus


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10 settembre 2018
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