Il fondo salva-Stati è una fregatura? Ecco come stanno davvero le cose

di Redazione

La riforma del Mes è un passo importante verso l’Unione Bancaria, ma usarla come clava contro l’avversario politico interno è più che pericoloso. Anche la Spagna litiga, ma quando si tratta di Europa porta a casa unita tutti i benefici

È un film che si ripete almeno dal 2011, ai tempi del presunto complotto che avrebbe portato al governo di Mario Monti, ma si può andare indietro fino alla crisi del Sistema Monetario del 1992-95 oppure ancora agli anni 70 quando Bankitalia dovette dare l’oro in garanzia alla Bundesbank per tenere in piedi le disastrate finanze pubbliche. La trama è sempre uguale: gli italiani si mettono nei guai da soli e a un certo punto hanno bisogno dell’Europa per uscirne, che però chiede qualche garanzia che gli aiuti vengano usati per raddrizzare le cose e non peggiorarle. A quel punto scatta lo sport nazionale preferito dai tempi di Guicciardini, accusare la parte avversa di connivenza col nemico straniero per aprire le porte agli invasori. Ovviamente a recitare la parte del traditore c’è sempre chi è al governo in quel momento – negli anni 70 DC e alleati che volevano restare nel serpente monetario europeo, allora si chiamava così – e a fare quella del patriota che denuncia il traditore sempre chi  è all’opposizione – negli anni 70 il PCI, che nello stesso serpente vedeva la bestia capitalista che voleva asservire il proletariato italiano che si stava emancipando.

UN PASSO AVANTI NECESSARIO PER COSTRUIRE L’UNIONE BANCARIA

Con lo psicodramma dell’ESM, European Stability Mechanism, o se preferite all’italiana MES (un’evoluzione del vecchio Fondo salva-Stati) ci risiamo. L’Unione Europea comporta diritti e doveri per tutti. Usare l’Europa come clava nei confronti dell’avversario politico interno, per addossargli la colpa peggiore, quella della connivenza con il nemico invasore, vuol dire farsi male da soli. Materie estremamente tecniche di cui non è facile e a volte nemmeno intuitivo capire le implicazioni e il funzionamento vengono semplificate e ridotte all’osso dei tweet e delle dirette sui social, come quando al bar si discute se quel goal fosse un fuorigioco non rilevato dal Var, si perde di vista la sostanza e si parte a testa bassa a caccia del traditore. La riforma dell’ESM è un passo avanti necessario per la costruzione dell’Unione Bancaria e della tutela unica dei depositi. Per capire di che parliamo forse la cosa migliore è utilizzare le parole del suo Managing Director Klaus Regling, alla conferenza interparlamentare sul futuro dell’Unione Monetaria all’Aia lo scorso settembre.

I TRE PILASTRI DELLA RIFORMA, UNA RETE DI SICUREZZA PIÙ SOLIDA

In primo luogo la riforma introduce un backstop, vale a dire un paracadute, al Single Resolution Fund, creato per risolvere i fallimenti bancari e finanziato dalle stesse banche, trasformando il ESM in prestatore di ultima istanza, in modo che i salvataggi non pesino sui bilanci degli Stati, quindi sui contribuenti, con una dotazione di 55 mld. Secondo, l’ESM si farà carico di programmi futuri di assistenza finanziaria ai governi, come fa il FMI a livello globale. Terzo, sarà in grado di erogare linee di credito preventive, per evitare che problemi limitati diventino esplosivi. Quest’ultimo caso è stato quello della Grecia nel 2010, che poteva essere risolto con qualche decina di mld e alla fine ne costò al sistema oltre 200. Questi sono i capisaldi. Poi ci sono le tecnicalità, ancora in parte da discutere e tutte da approvare, su come funziona il tutto nel dettaglio.

IL PESO DEI BTP IN PORTAFOGLIO DELLE BANCHE È GIÀ MISURATO DALLO SPREAD

Uno dei punti che viene più agitato mediaticamente è che con questo nuovo ESM soldi (anche) italiani verrebbero usati per il salvataggio di una grande banca tedesca, un nome a caso Deutsche Bank. Ma la prima banca tedesca sta già superando da sola i suoi problemi, con una ristrutturazione radicale fatta di tagli di migliaia di posti di lavoro e di uscita dai business più rischiosi, tanto che qualche giorno fa il Financial Stability Board di Basilea ha abbassato i requisiti extra di capitale facendola scendere dal secondo al terzo livello delle banche sistemiche globali. Un altro tema caldo è il pericolo finora solo ipotizzato che il nuovo ESM introduca una ponderazione del rischio per i titoli di Stato in portafoglio alle banche. Le italiane sono piene di BTP e questo le penalizzerebbe. Si dimentica che la ponderazione di questo rischio esiste già e si chiama spread, e il mercato la applica dolorosamente per le banche italiane ogni volta che torna a galla la deriva anti-euro, come ai tempi della sciagurata bozza di programma di maggio 2018 o dei mini-Bot la scorsa estate.

Perché i titoli di Stato americani non passano mai di moda

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ITALIANI IN POSIZIONI CHIAVE. L’ESEMPIO VIRTUOSO DELLA SPAGNA

Si dimentica anche che nella nuova Europa a trazione Lagarde-von der Leyen l’Italia è forse il paese più protetto d’Europa, se vogliamo ragionare in termini ‘nazionalistici’, con la vigilanza bancaria all’italiano Enria, un altro italiano, Panetta, in posizione chiave nel board della stessa Bce e con l’italiano Gentiloni commissario europeo per gli Affari Economici. A meno che non siano tutti traditori conniventi con il nemico. L’instabilità politica non è una malattia solo italiana. La Spagna è andata a votare 4 volte negli ultimi 4 anni, ed ha un problema di indipendentismo catalano abbastanza esplosivo. Ma nessun partito spagnolo si sogna di impugnare contro gli avversari la clava del tradimento con il nemico europeo. E quando si tratta di accedere agli aiuti europei, Madrid lo fa con compatta astuzia, che le ha consentito il salvataggio delle banche nel dopo-Lemhan, così come hanno fatto Portogallo e Irlanda. Tutti paesi che oggi lo spread non sanno neanche cosa sia.

BOTTOM LINE

Da settant’anni l’Europa è soprattutto un’opportunità, ma l’Italia ha una predisposizione particolare a farla diventare un problema, con il risultato finale di perdere molti vantaggi della prima e subire le conseguenze negative del secondo. La nuova Commissione von der Leyen ha archiviato la parola austerity e l’ha sostituita con crescita, anche se con qualche paletto. Forse è il caso di sedersi al tavolo e parlarne invece di scambiarsi accuse fratricide di alto tradimento.




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2 Dicembre 2019
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