Energia e ripartenza

Ecco perché l’energy crunch è davvero un rischio anche per i mercati finanziari

Tra i problemi che agitano i mercati, l’energy crunch è il più temibile perché, a differenza della pandemia, è strutturale

di Stefano Caratelli 4 Ottobre 2021 - 6:23
financialounge - news
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Come da manuale, settembre ha chiuso con il segno meno per i mercati azionari, confermando la serie storica che dal 1945 vede il mese unico dei 12, seguito da febbraio, a segnare una media negativa. Ottobre è partito ruggente a Wall Street, ma più sulla spinta di situazioni particolari, come Merck balzata dell’8,5% sull’onda del farmaco antivirus, che come movimento corale. Forse è ancora inappropriato parlare di correzione, ma l’insieme delle azioni quotate sul NYSE viaggia il 2,4% sotto la media mobile a 50 giorni, con il 14% dei titoli sotto di almeno il 20% e ben il 49% dei titoli di oltre il 10%. Questo secondo i calcoli di Bespoke. I motivi di nervosismo per gli investitori non mancano, dal rallentamento economico che si fa sentire soprattutto in Cina ma comincia a mandare qualche segnale anche in Usa, a un’inflazione che soprattutto in Europa ma anche in America si sta mostrando un po’ meno temporanea di quanto indicato dalla Fed, fino al tormentone del tetto all’indebitamento federale, con il pericolo di shutdown per ora scongiurato, ma con lo spettro ancora sullo sfondo, anche se del tutto improbabile, di un default tecnico della superpotenza.

TURBOLENZE DI BREVE PERIODO


Per default tecnico si intende la temporanea incapacità di onorare gli impegni sul debito. C’è solo un precedente storico, che risale al 1979 in era Carter, quando il Tesoro Usa non riuscì per qualche settimana a pagare la cedola sui titoli a 3 mesi, facendo schizzare i rendimenti. Fin qui siamo comunque nel campo delle turbolenze di breve periodo, destinate a rientrare, che da sempre rappresentano un’ottima opportunità di ingresso a prezzi scontati. Me negli ultimi tempi si è aggiunto un altro fattore, decisamente minaccioso, che va sotto la voce di ‘energy crunch’, e che ha sia aspetti congiunturali che strutturali. Il credit crunch, vale a dire la strozzatura del credito che vedeva le grandi banche mondiali diffidare una dell’altra fino a chiudere il rubinetto dei prestiti anche sulla scadenza overnight, fu la bestia nera della grande crisi post-Lehman.

LA PANDEMIA HA INVESTITO LA STRUTTURA ENERGETICO GLOBALE


Oggi l’energy crunch è il risultato della violentissima, ma brevissima, recessione che ha impattato causa pandemia l’economia globale nella primavera del 2020, e dell’altrettanto violento rimbalzo che è seguito a partire dall’estate-autunno dell’anno scorso per proseguire buona parte del 2021. La catena di produzione e distribuzione dell’energia globale è un meccanismo molto complesso, strutturato e anche delicato, che coinvolge migliaia di miliardi di dollari, che non può essere spento e riacceso come si fa con le luci del soggiorno di casa. Tra febbraio e aprile dell’anno scorso la macchina produttiva globale è stata ‘spenta’ improvvisamente, con conseguenze mai viste prima sul mercato globale dell’energia, come i prezzi dei futures sul petrolio finiti con davanti il segno meno, anche se solo sui tabelloni del mercato delle commodity e non nel mondo reale. E poi è stata altrettanto repentinamente ‘riaccesa’, proprio mentre i produttori si stavano organizzando per un mondo che sembrava non avesse più bisogno di energia.

NON BASTA ESSERE CAMPIONI DI RINNOVABILI


Le scorte accumulate hanno dato un po’ di tempo per ripartire, ma alla fine le strozzature di produzione e distribuzione, soprattutto nella filiera elettrica, si sono fatte sentire pesantemente. Fin qui siamo all’aspetto ‘congiunturale’, ci vorrà un po’ di tempo ma le cose si aggiusteranno. Ma c’è un aspetto strutturale che l’entrata e l’uscita dalla pandemia hanno fatto emergere drammaticamente, legato al sacrosanto contrasto del cambiamento climatico. I paesi più poveri sono quelli che contribuiscono in parte minima alle emissioni di gas serra ma sono anche quelli che hanno più disperatamente bisogno di elettricità, senza la quale praticamente nessun’attività è possibile nel mondo sviluppato. In Africa sub-sahariana più della metà della popolazione non ha accesso all’energia elettrica. L’energy crunch in Gran Bretagna, con l’esercito che distribuisce la benzina agli automobilisti rimasti a secco, mostra che essere campioni di rinnovabili non basta.

MANCA UNA SPINTA INNOVATIVA DA RIVOLUZIONE DIGITALE


I britannici sono all’avanguardia globale nelle rinnovabili, da cui ricavano il 40% dell’elettricità, di cui il 24% dall’eolico. Ma ad agosto il vento ha smesso di soffiare nel Mare del Nord e la quota è scesa al 2%. Si è aggiunto il guasto di un elettrodotto sottomarino con l’Europa continentale e la mancanza di autisti per le cisterne di benzina e gasolio, tradizionalmente est europei, causa Brexit. Risultato, un energy crunch stile crisi petrolifere degli anni 70. Solare ed eolico sono sicuramente vitali per la transizione verde, ma da soli non bastano e sono alla fine tecnologie non particolarmente avanzate. Nelle energie pulite finora è mancata la spinta innovativa che ha portato alla rivoluzione digitale, con il cloud, il 5G, l’intelligenza artificiale, Internet of Things, e via dicendo. Ci vorrebbe qualcosa di simile a quello che ha consentito all’inizio del secolo scorso il passaggio dal cavallo all’automobile. Idrogeno? Nucleare ‘sicuro’ di nuova generazione? O qualcosa che ancora non sappiamo di non sapere.

BOTTOM LINE


Di certo l’energy crunch, anche quando saremo usciti dalla strettoia post pandemia, continuerà a rappresentare una potenziale minaccia sia alla ripartenza economica del mondo sviluppato, sia alla crescita del mondo in via di sviluppo. Come sempre nella storia la chiave è l’innovazione e la tecnologia. Bisognerebbe uscire dalla mentalità diffusa, anche nel mondo ambientalista, secondo cui la transizione verde è un prezzo da pagare per salvare il pianeta e non una ancora potenziale, ma colossale, opportunità di crescita. E di business.
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