GAM: prepararsi al ritorno dell’inflazione

L'analisi
di Virgilio Chelli 3 Maggio 2021 - 14:54

Molti fattori indicano una chiara traiettoria di un ritorno inflazionistico destinato a giocare un ruolo importante nei prossimi anni, anche se le forze disinflazionistiche continuano ad essere presenti

L’inflazione sta tornando sulla scena globale e giocherà un ruolo importante nei prossimi anni, e anche se molte forze disinflazionistiche continuano ad essere presenti, la traiettoria intrapresa non potrebbe essere più chiara. Lo sostiene Adrian Owens, Investment Director, Developed Market Fixed Income and FX di GAM, secondo cui, anche se non si vede ancora un’inflazione significativa nelle statistiche ufficiali dell’inflazione core, ci si deve aspettare di vederla aumentare nei prossimi 12 mesi. Guardando più avanti, su un orizzonte di due o tre anni, Owens creda che le forze che influenzano l’inflazione siano già ampiamente in gioco: la pandemia ha portato a una quantità di stimoli senza precedenti e a livello globale l’ammontare del Quantitative Easing dispiegato è uguale al totale visto nell’ultimo decennio.

UNA RECESSIONE ATIPICA

Owens sottolinea che quella indotta dal Covid non è stata una tipica recessione, perché dopo un breve tonfo a marzo 2020 il reddito totale è salito significativamente sopra i livelli precedenti riflettendo l’entità dei trasferimenti fiscali, con una divergenza senza precedenti tra reddito e produzione. Si è registrato un massiccio accumulo di risparmi in eccesso, 500 miliardi nell’area euro e 1.500 miliardi di dollari negli Stati Uniti, mentre la disoccupazione si è concentrata nei settori sensibili al Covid, per cui ci si può attendere un rapido rimbalzo del mercato del lavoro con la riapertura delle economie. Negli Stati Uniti, la disoccupazione è scesa rapidamente negli ultimi 11 mesi passando dal 14,8% di aprile 2020 al 6% di marzo 2021.

MINORI FORSE DEFLAZIONISTICHE

L’emergenza Covid ha interrotto il trend di crescita dei volumi del commercio globale, che dal 1983 viaggiava a una media del 5,5% l’anno, circa il doppio della crescita dell’economia, e sembra improbabile che la globalizzazione rimanga una forza disinflazionistica così potente in futuro. Secondo Owens è possibile che la tendenza possa addirittura invertirsi. Poi ci sono pressioni sui costi, come gli aumenti delle imposte e le crescenti pressioni per tassare più efficacemente il settore tecnologico, mentre negli Stati Uniti l’amministrazione Biden ha fissato l’obiettivo di raddoppiare il salario minimo. E anche le politiche ambientali, sociali e di governance, che vanno sotto la sigla ESG, saranno probabilmente costose per molti settori.

BANCHE CENTRALI LENTE

Infine, Owens cita le banche centrali “lente e compiacenti”, con la Federal Reserve pronta a lasciar correre l’inflazione anche oltre l’obiettivo e non prevede il suo primo rialzo dei tassi prima del 2023, nella convinzione che sia più facile ridurre l’inflazione quando è troppo bassa che farla risalire. Ma Owens ricorda che gli anni ’70 hanno dimostrato che un’alta inflazione è negativa per quasi tutte le asset class, compreso l’azionario, fa aumentare il premio a termine sulle obbligazioni e fa salire i tassi d’interesse reali deteriorando le valutazioni azionarie, uno scenario che non dovrebbe essere gradito ai decisori politici.

I FATTORI DEMOGRAFICI

In conclusione, Owens ritiene che le forze deflazionistiche degli ultimi due decenni potrebbero non andare via, come Powell sembra credere, ma stanno comunque diminuendo, e sono incentrate sulla demografia, in particolare se si guarda all’inflazione su una linea temporale di 5-10 anni. Negli ultimi decenni, osserva Owens, la popolazione lavorativa è esplosa da 700 milioni del 1980 a un picco di oltre 2 miliardi nel 2010, ma il trend si sta invertendo e con i baby boomers che lasciano il lavoro avremo meno lavoratori produttivi e più pensionati improduttivi, il che probabilmente farà aumentare i tassi di interesse di equilibrio per un dato livello di inflazione.

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