Saldi “da apocalisse”: crollano le vendite per il 91% delle imprese

L'allarme
di Gaia Terzulli 18 Gennaio 2021 - 12:08

Secondo un’indagine di Federmoda sulle vendite dei primi dieci giorni di gennaio, sei aziende su dieci segnalano un calo tra il 50% e il 90%

Dire che sono partiti in sordina è dire poco. Con il virus che allenta a poco a poco la morsa, i saldi non sono certo in cima ai pensieri degli italiani, pur essendo iniziati in quasi tutta Italia. All’appello mancano solo la Liguria (29 gennaio), l’Emilia Romagna, il Veneto e la Toscana (30 gennaio). Ma per le altre regioni la batosta è forte: “In un contesto già critico per il retail della moda, è stata una partenza azzoppata”.

UN'”APOCALISSE” PER IL SETTORE

A dirlo è Massimo Torti, segretario generale della Federazione Moda Italia-Confcommercio, che parla di un’“apocalisse del settore”, dovuta soprattutto alle forti apprensioni degli operatori che devono barcamenarsi tra continui Dpcm. In un colloquio con l’AGI, Torti premette che “è impossibile fare un raffronto con le vendite dell’anno scorso, quando i primi dieci giorni di gennaio i negozi sono stati sempre aperti, mentre quest’anno, con l’Italia in zona rossa fino all’Epifania, hanno aperto al pubblico solo cinque giorni”.

IL TRACOLLO DELLE VENDITE

Un inizio all’insegna della “perdita totale”, lamenta Torti, che guardando i numeri delle vendite di questi giorni non sembra sperare in un miglioramento. Secondo un’indagine condotta proprio da Federmoda sulle vendite registrate dal primo al 10 gennaio, il 91% delle imprese intervistate ha accusato un preoccupante decremento delle vendite: sei aziende su dieci segnalano un calo tra il 50% e il 90%.

LE CAUSE DELLA CRISI

Tra i fattori che hanno inciso sul tracollo c’è, prevedibilmente, la minore disponibilità di reddito. “Solo nel nostro settore”, ricorda Torti, “nell’anno del Covid hanno chiuso 20.000 punti vendita (17.500 di abbigliamento e calzature e 2.500 negozi di pelletteria, tessili per la casa, articoli sportivi e accessori). In totale, si tratta di 50.000 persone che hanno perso il lavoro”.

MODA VS SMART WORKING

Ci sono poi altre due variabili da tenere in considerazione: la rivoluzione prodotta dallo smart working, che ha trasformato lo stile di vita di parte del Paese, e le restrizioni sugli spostamenti. Nel primo caso, nota Torti, “I consumi di moda sono crollati perché chi era abituato ad andare in ufficio ora lavora da casa. Non c’è più bisogno di abiti nuovi per eventi, pranzi e altri impegni, perché si resta a casa, in tuta e ciabatte”.

I DIVIETI AGLI SPOSTAMENTI

Nel secondo caso, con i divieti di transito tra un Comune e l’altro, sono venute meno anche le gite fuori porta, che nei periodi dei saldi erano un’abitudine per molte famiglie. Sono questi i fattori che hanno scatenato l’“apocalisse” per l’intero comparto. “La moda non è come gli altri settori, che possono comprare giorno per giorno o settimana per settimana”, fa notare il segretario generale di Federazione Moda Italia. “I prodotti che oggi esponiamo nelle nostre vetrine li abbiamo comprati a gennaio dell’anno scorso e se restano in magazzino, com’è successo per la collezione Primavera-Estate, si svalutano completamente e noi non abbiamo la liquidità per fare ordini in vista dell’anno successivo”.

L’APPELLO AL GOVERNO

Ecco perché l’appello a una concreta solidarietà da parte delle istituzioni è quanto mai accorato: “Chiediamo indennizzi commisurati alle perdite del fatturato: ci sono aziende che stanno soffrendo anche in zona gialla (dove i negozi possono restare aperti, ndr) e visto che si parla di un Dl Ristori quinto, è necessario che gli esercenti abbiano i contributi per evitare il crollo dell’intero settore. È facilissimo risalire alle cifre dovute perché per via telematica ricaviamo i corrispettivi delle perdite”.

IL PROBLEMA DEGLI STOCK

Guardando a un’aggravante concreta della crisi, ovvero gli stock in magazzino, Torti lancia un appello: “Chiediamo per tutto quello che resta in deposito un contributo sotto forma di credito d’imposta del 60% delle rimanenze, così da pagare meno tasse di quelle che già stiamo versando senza lavorare. E noi vogliamo lavorare. In sicurezza, ma lo vogliamo”.

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