Il treno europeo che l’Italia non può permettersi di perdere

Riforme o fondi a pioggia?
di Stefano Caratelli 21 Settembre 2020 - 8:26

Dopo aver sprecato la grande occasione dell’ingresso nell’euro vent’anni fa, la nuova Europa offre una nuova chance per riformare e far ripartire il sistema-Paese, ma l’assalto alla diligenza è in agguato

“Assalto alla diligenza” è un’espressione in uso nella politica italiana fin dai tempi di Giolitti, ma diventata ricorrente nei titoli di giornale dagli anni 70 del secolo scorso, quando cominciò a radicarsi l’idea che le grandi risorse generate da vent’anni di boom economico potessero venir utilizzate per una grande distribuzione del reddito, anche per contrastare la crisi indotta dal mix di inflazione e recessione che aveva investito le principali economie occidentali. Sono gli anni in cui si ‘semina’ la pianta maligna del debito, che sarebbe cresciuta a dismisura nei decenni successivi. Un esempio per tutti le pensioni ‘baby’, introdotte dal governo di centro sinistra di Mariano Rumor nel 1973, una bomba a orologeria che avrebbe devastato le finanze pubbliche per essere disinnescata da Giuliano Amato solo vent’anni dopo con l’Italia travolta dalla crisi del debito e della lira. La ricchezza prodotta dal miracolo economico del dopoguerra si poteva usare in due modi: investirla nel futuro, per modernizzare le infrastrutture di base, da quelle fisiche a quelle meno materiali, come educazione, sanità, macchina amministrativa, giustizia e anche politica, oppure distribuirla a pioggia in cambio di consenso elettorale. Salvo alcune notevoli eccezioni, come la rete autostradale e telefonica, si scelse la seconda. Un altro esempio per tutti il ‘punto unico’ di scala mobile, inventato nel 1975 e poi cancellato dal famoso accordo di San Valentino una decina d’anni dopo, che invece di proteggere il potere d’acquisto dei salari faceva galoppare l’inflazione, con l’effetto opposto.

GLI ANNI DELLA DEVASTAZIONE

Lo schema si ripete con varianti fino a oggi. La devastazione seminata dall’assalto alla diligenza negli anni 70 diventa visibile nel decennio successivo, quando il debito pubblico passa dal 60% al 120% del PIL. Poi arriva il rinsavimento tardivo forzato dal tracollo della lira e dalla crisi delle finanze pubbliche del 1991-92, che costringe la politica a mettere mano a una serie di riforme ‘vere’, prima tra tutte quella delle pensioni del governo di Lamberto Dini nel 1995, che piegano la crescita del debito e consentono all’Italia di entrare nella neonata moneta unica europea. Il beneficio è immenso, il costo del debito italiano, vale a dire l’interesse che lo Stato paga a chi gli presta i soldi, crolla in tre anni da oltre il 14% al 4%. La fiducia in una nuova era contagia la Borsa di Milano, che tra il 1996 e il 2000 mette a segno un rally spettacolare, mentre il rapporto tra debito e PIL si stabilizza e si avvicina a 1-a-1. Poi si torna all’antico, sono gli anni delle manovre fatte con i condoni fiscali e i finanziamenti a pioggia, mentre le riforme sempre più necessarie, dal mercato del lavoro, alla giustizia, alla pubblica amministrazione centrale e periferica, fino alle infrastrutture, restano sogni nel cassetto.

LA VISIONE LUNGIMIRANTE DELLA GERMANIA

Altri paesi utilizzano gli stessi anni in modo più preveggente, come la Germania di inizio millennio guidata dal cancelliere Gerhard Schroeder, che con la sua agenda 2010 vara una serie di riforme strutturali che cambiano in profondità welfare, mercato del lavoro e tassazione delle imprese gettando le basi del miracolo economico tedesco su cui Angela Merkel ha campato di rendita per 15 anni. Da noi si preferisce il vecchio assalto alla diligenza il cui conto arriva puntuale con la crisi del debito europeo del 2011-12. Bisogna chiamare il ‘commissario’ nella persona di Mario Monti, che guarda caso prende a prestito con un decennio di ritardo proprio l’agenda di Schroeder, e grazie alla provvidenziale presenza di Mario Draghi alla guida della Bce l’Italia viene tirata ancora una volta fuori dai guai. La stagione di Monti dura poco, quel tanto che basta a ristabilizzare il debito/PIL, ma questa volta siamo in vista del 140%, ma intanto non ci sono più soldi da spendere e non c’è più neanche la crescita, perché le riforme necessarie per sbloccarla non si sono fatte. La pandemia coglie un paese economicamente fermo da quasi un decennio, in perenne conflitto con l’Europa.

SCELTA VITALE PER I PROSSIMI 20 ANNI

Come nelle fiabe a lieto fine, dal male della crisi da virus nasce la svolta benefica della nuova Europa, con il volto materno di Ursula von der Leyen e le spalle coperte dal duo Macron-Merkel, che getta alle ortiche a tempo indeterminato patto di stabilità e fiscal compact, con i suoi decimali del rapporto deficit/PIL, e mette sul piatto una montagna di soldi, in parte sostanziosa a fondo perduto, per uscire dal tunnel del Covid e far ripartire le economie, con un occhio di riguardo per chi se la passa peggio. Il treno europeo ripassa nella stazione Italia dopo vent’anni. All’Italia toccano 207 miliardi che si potrebbero aggiungere ai soldi del MES e del SURE. Sono tanti e possono fare la differenza nei prossimi vent’anni se usati in modo mirato per sbloccare un Paese ingabbiato da un mercato del lavoro inceppato, da un welfare che protegge ‘posti’ di lavoro inutili invece di sostenere i redditi di chi resta fuori aiutandolo a rientrare al più presto, e da una ragnatela burocratica e giuridica che scoraggia le decisioni di investimento. Il primo beneficiario di una svolta sarebbe la Borsa di Milano, fitta di titoli di valore non espresso a causa del ‘fattore Italia’.

BOTTOM LINE

Dopo il voto in corso in queste ore, la politica dovrà ragionare su come e dove concentrare le risorse per gettare le basi per una fase nuova di crescita. In giro si leggono indiscrezioni su un assalto alla diligenza fatto di una miriade di proposte che sommate valgono già tre volte i 207 miliardi disponibili. Soldi spesi male possono portare punti nei sondaggi e magari anche voti nell’immediato, soldi spesi bene hanno bisogno di un po’ più di tempo per dare risultati. Ma per come siamo messi non solo è la strada maestra, è anche quella obbligata.