Strappo violento del petrolio, ma finora niente allarme rosso

Arabia Saudita
di Redazione 16 Settembre 2019 - 15:05

L’attacco agli impianti sauditi però ha messo in luce una vulnerabilità completamente nuova che potrebbe incidere anche a lungo sul premio di rischio del greggio. Contraccolpi su Aramco ma non sull’inflazione

Alla fine la botta è arrivata, anche se per ora l’impatto sui mercati è limitato. E’ almeno da metà luglio che su Financialounge scriviamo che le tensioni nel Golfo meritano un posto importante nella lista dei fattori di rischio che incombono su Borse ed economie. Nonostante i titoloni della mattina di lunedì 16 settembre, che parlavano del balzo più forte del petrolio dai tempi dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1991, l’impatto dell’attacco agli impianti produttivi sauditi partito dallo Yemen sembra contenuto. Nei primi minuti dopo la mezzanotte europea, all’apertura dei mercati in Asia-Pacifico, il Brent è schizzato di quasi il 20% e il Wti di oltre il 15%, ma è durato pochissimo, e il rialzo si è ridimensionato nelle ore successive a livelli che non sembrano poter impattare violentemente i mercati. Però resta il nervo scoperto, che condizionerà il comportamento degli investitori per un periodo abbastanza lungo.

TRE FRONTI DA TENERE SOTTO OSSERVAZIONE

I fronti da tenere d’occhio oltre a quello del prezzo del greggio sono almeno tre: l’inflazione, che un periodo prolungato di petrolio in rialzo potrebbe risvegliare, il comportamento dei titoli più direttamente legati al petrolio, e infine la mega Ipo non si sa più quanto imminente del colosso saudita del greggio Aramco.

L’ATTACCO AI SAUDITI HA MESSO IN LUCE UNA NUOVA VULNERABILITA’

Il primo interrogativo degli analisti riguarda quanto ci metterà l’Arabia Saudita a riportare la produzione vicino ai 10 milioni di barili al giorno, il livello standard prima che gli attacchi dimezzassero la capacità. La perdita produttiva è ingente ma non drammatica, ed equivale a circa il 5% dell’offerta globale di petrolio. Trader e analisti sottolineano che l’attacco ha messo a nudo la vulnerabilità delle strutture di produzione di petrolio in Medio Oriente, per cui non si tratta tanto di prezzare il calo delle forniture, ma il premio di rischio che mercati e investitori chiederanno di pagare in futuro per questa vulnerabilità finora poco prezzata. Jason Gammel di Jefferies ha detto al FT che l’attacco agli impianti sauditi ha messo a nudo una minaccia senza precedenti alle forniture, il che diventerà un driver per i prezzi del petrolio almeno nel breve termine.

IMPATTO LIMITATO SU PREZZI DEI CARBURANTI E INFLAZIONE

Sicuramente il mercato è destinato a rimanere nervoso per un po’, anche se i sauditi possono contare su ingenti riserve che consentono di coprire almeno il 40% della capacità interrotta a causa degli attacchi, che gli esperti non considerano catastrofici. L’impatto sull’inflazione dovrebbe essere altrettanto contenuto. Qui le stime degli analisti stimano, se i prezzi restano ai livelli attuali, un aumento di una decina di cent al gallone sul mercato americano, che vuol dire un paio di cent al litro. Fastidioso ma non disastroso per gli americani abituati a pagare la benzina meno dell’acqua minerale, di impatto minimo sugli europei già abituati a strapagarla per il peso delle tasse.

L’IPO ARAMCO E’ LA PRIMA A CONFRONTARSI CON UN RISCHIO GEOPOLITICO

Poi c’è la storia di Aramco, che doveva essere la più grande Ipo di tutti i tempi da strutturare in due fasi, la prima direttamente sul mercato azionario saudita e la seconda sulle Borse internazionali. Non è frequente, anzi non è mai successo, che una mega Ipo debba confrontarsi con un rischio geopolitico e a questo punto anche militare, vale a dire quelle che nuovi attacchi provochino ulteriore distruzione di capacità produttiva e in ultima analisi della capacità di generare utili. Oltretutto con una leadership appena cambiata, che ha visto solo pochi giorni fa prendere in mano la guida delle attività petrolifere saudite, in qualità di nuovo ministro dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, fratello maggiore del principe della Corona Mohammed bin Salman.

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MOLTI TITOLI OIL MINORI POSSONO BENEFICIARE, MA L’IMPATTO E’ A BREVE

L’investitore poi guarda anche ai titoli che potrebbero invece beneficiare di prezzi del petrolio in tensione. Citi ne ha stilato una lista ripresa da MarketWatch, in cima alla quale troviamo gli esploratori e produttori di petrolio rappresentati da titoli small e mid-cap che negli ultimi tempi sono stati venduti con accanimento, come Extraction Oil & Gas, Whiting Petroleum, Callon Petroleum e Carrizo Oil & Gas Crzo. Nella lista anche società specializzate nell’estrazione offshore, come Transocean RIG, Valaris VAL, Diamond Offshore Drilling e Noble Corp. Ma l’impatto è visto momentaneo e dovuto soprattutto a ricoperture di posizioni short. Per vedere qualcosa di più importante ci vuole un periodo di tempo prolungato di premio di rischio elevato sul prezzo del petrolio, altrimenti lo scenario di eccesso di offerta strutturale, soprattutto di petrolio estratto offshore, resta inalterato.