Se la guerra dei dazi diventa “nucleare” crescita Usa a rischio

blue chip cinesi
di Chiara Merico 23 Maggio 2019 - 11:44

Il settore tecnologico cinese affonda in Borsa, dopo che varie aziende nel mondo hanno interrotto i rapporti con Huawei. Ma l’arma cinese delle terre rare potrebbe mandare gli Usa in recessione

La guerra commerciale tra Usa e Cina assume sempre più i contorni di una guerra a Huawei, ma il colosso cinese ha già iniziato a prendere le contromisure, e l’escalation potrebbe costare cara a Washington. Ieri Huawei ha infatti fatto sapere che lancerà al più presto, probabilmente in autunno e comunque non oltre la primavera 2020, il suo sistema operativo proprietario. La mossa, scrive il Global Times, “riflette la strategia di Huawei di diventare indipendente e trovare soluzioni alternative” alle forniture di componenti hi-tech dopo l’ultima stretta alla vendita decisa dagli Usa.

LA LISTA DEI NO

Nelle ultime ore, intanto, sempre più aziende stanno seguendo la linea di Google e Intel  e tagliando i rapporti commerciali con il gruppo di Shenzhen. Ieri è stata la volta di EE – controllata da British Telecom – e Vodafone, due dei principali operatori di telefonia mobile nel Regno Unito, che hanno escluso i cellulari Huawei dalla campagna per il lancio del network 5G in Gran Bretagna. In precedenza due tra i più importanti operatori giapponesi – SoftBank e KDDI – avevano deciso di bloccare il lancio del nuovo Huawei P30 Lite smartphone, previsto per venerdì, mentre la Panasonic ha smentito di aver sospeso le forniture all’azienda cinese.

GIÙ BLUE CHIP E TITOLI TECH

Le ripercussioni sui mercati non si sono fatte attendere: l’indice delle blue chip cinesi ha chiuso ai minimi da tre mesi giovedì 22 maggio, trainato dal crollo delle azioni tecnologiche. L’indice CSI300 index ha ceduto l’1,8%, a 3,583.96 punti, il minimo dal 22 febbraio, mentre l’indice Shanghai Composite ha chiuso in calo dell’1,4% a 2,852.52 punti. L’indice settoriale sui titoli tecnologici ha ceduto il 3,5%, proprio a causa dei timori degli investitori per una possibile ulteriore recrudescenza delle tensioni tra Cina e Usa.

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SANZIONI ANCHE PER HIKVISION?

Secondo Reuters, l’amministrazione Usa starebbe considerando nuove sanzioni sulla società cinese di videosorveglianza Hikvision, giustificate con il trattamento riservato alla minoranza uigura. L’indiscrezione ha fatto crollare del 5,8% le azioni della società. Anche i fornitori di Huawei – tra cui Luxshare Precision Industry, Shenzhen Sunway Communication Co Ltd, Shennan Circuits e Shenzhen Goodix Technology Co – hanno subito pesanti perdite, specie dopo l’annuncio dello stop alle relazioni con il gruppo di Shenzhen da parte del produttore britannico di chip ARM.

SEMICONDUTTORI IN CONTROTENDENZA

Un andamento completamente opposto ha invece caratterizzato il settore dei semiconduttori, con le società cinesi che hanno sperimentato buoni guadagni. Le crescenti tensioni con gli Usa hanno infatti portato vari esperti a temere che Pechino possa usare a proprio vantaggio, nell’ambito della disputa commerciale, la sua posizione dominante come fornitore di terre rare, materia prima indispensabile per la produzione di strumentazioni hi-tech.

L’OPZIONE TERRE RARE

La Cina, infatti, detiene quella che è stata definita “un’opzione nucleare” nella controversia con gli Usa: il Dragone controlla l’85% del settore globale delle terre rare. E come ha dichiarato Peter Gamry, responsabile delle strategie azionarie di Saxo Bank, “se la Cina decidesse di limitare l’accesso a questi minerali potrebbe causare seri problemi all’industria militare e all’intera economia statunitense”.

A PAGARE SARÀ IL PIL USA?

Nei giorni scorsi, nota Peter Rosenstreich, head of market strategy di Swissquote , “il presidente cinese Xi Jinping potrebbe aver voluto mostrare la strada di una possibile ritorsione, facendo visita, nella provincia dello Jiangxi, ad un sito specializzato nell’estrazione di metalli delle terre rare”. Le scorte statunitensi non riuscirebbero a far fronte ad un embargo protratto di queste risorse, e secondo Rosenstreich “il rallentamento delle trattative in corso ha aumentato le probabilità che gli Stati Uniti possano entrare in recessione tra la fine del 2019 e l’inizio del prossimo anno. In circostanze ordinarie non ci spingeremmo a pronosticare un calo del Pil americano ma questo screzio con la Cina potrebbe effettivamente fungere da detonatore”.