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I nuovi Pir non convincono Bankitalia (e gli operatori)

Pubblicato il decreto attuativo che modifica la disciplina dei Piani individuali di risparmio. Ma le nuove norme lasciano perplessi gli addetti ai lavori

di Chiara Merico 9 Maggio 2019 12:12

Tra le perplessità di molti operatori e della stessa Banca d’Italia, i Pir cambiano pelle: il governo, con il decreto attuativo pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, ha infatti modificato la disciplina sui Piani individuali di risparmio, imponendo quote minime di investimento in società quotate all’Aim e in venture capital.

NUOVE REGOLE PER I PRODOTTI NATI NEL 2019


Le nuove disposizioni, ha spiegato un comunicato del ministero dello Sviluppo economico, si applicheranno ai Pir costituiti a partire dal 1° gennaio di quest’anno, mentre per i Pir costituiti fino al 2018 si continuerà ad applicare la disciplina precedente, con la possibilità di adeguare il portafoglio di investimento alle nuove regole.

COSA CAMBIA


In dettaglio, il 70% del valore complessivo dei Pir deve essere investito per un 5% in strumenti finanziari emessi da Pmi ammissibili e scambiati su sistemi multilaterali di negoziazione e per almeno un 5% in venture capital. Le Pmi non devono inoltre essere quotate su un mercato regolamentato né aver ricevuto risorse finanziarie per oltre 15 milioni. Sono stati inoltre considerati ammissibili gli investimenti in equity e quasi equity, un tipo di finanziamento che si trova a metà strada tra equity e debito.

IL NODO DEI VINCOLI E DELLA LIQUIDITA’


A suscitare perplessità è proprio l’introduzione di vincoli all’investimento: la nuova normativa modifica infatti la natura stessa dei fondi aperti, compromettendo la liquidabilità dei prodotti. Lo ha subito fatto notare Massimo Doris, ad di Banca Mediolanum, da sempre in prima linea sul fronte dei Pir di cui detiene il 21% della quota di mercato. “La normativa non risolve i problemi, anzi», ha dichiarato il banchiere al Giornale. E come ha spiegato l’ad di Mediolanum Gestione Fondi, Lucio De Gasperis, “la norma non è concretamente applicabile, perché è un prodotto che nasce per il retail e che quindi dovrebbe essere molto liquido mal si concilia con gli strumenti illiquidi previsti dalla normativa. In questo scenario resta quindi difficile emettere nuovi Pir”.

PREOCCUPAZIONE DA BANKITALIA


Non ha risparmiato critiche anche la Banca d’Italia, che nel Rapporto sulla stabilità finanziaria ha sottolineato come “le nuove regole possono rendere più difficile il rispetto dei requisiti prudenziali di diversificazione e di liquidità previsti per i fondi Pir esistenti, tutti costituiti nella forma di fondi aperti”. La preoccupazione di Palazzo Koch è che con la nuova normativa i fondi possano “registrare perdite derivanti da vendite di attività in mercati poco liquidi”, specie in caso di episodi di forte volatilità che spingano i sottoscrittori a liquidare l’investimento prima della scadenza di 5 anni necessaria a conseguire il beneficio fiscale.

RESTANO DA SCIOGLIERE I NODI DEL RISPARMIO GESTITO


Resta il fatto che il ritardo dei decreti attuativi e, soprattutto, la loro stesura che non sembra aver risolto nessuno dei nodi che restavano da scogliere, blocca di fatto un prodotto finanziario che aveva raccolto nel biennio 2017-2018 oltre 15 miliardi di euro. I Pir si proponevano di collegare idealmente il risparmio delle famiglie e l'economia reale del nostro Paese, che ora rischia di perdere una nuova importante fonte di finanziamento alternativa a quella bancaria. E così anche l'industria italiana del risparmio gestito che, anche per questo, da diversi mesi sta mostrando segnali di affaticamento nella raccolta. Di certo i Pir come erano stati concepiti e collocati fino al 2018 non esistono più, e gli interrogativi sull’attrattività della nuova versione restano aperti.
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