banche centrali

La strada in discesa di Powell e quella in salita di Draghi

Mentre la Fed prosegue tranquilla nel percorso di rialzo dei tassi, per il capo della BCE il terreno è diventato insidioso dopo le tensioni sullo spread, che può diventare l’argomento dei falchi per forzargli la mano.

7 Giugno 2018 16:00
financialounge -  banche centrali BCE Federal Reserve Jerome Powell Mario Draghi quantitative easing tassi di interesse https://www.flickr.com/photos/europeancentralbank/27847875858/
financialounge -  banche centrali BCE Federal Reserve Jerome Powell Mario Draghi quantitative easing tassi di interesse https://www.flickr.com/photos/europeancentralbank/27847875858/

Settimana prossima si riuniscono le due più importanti banche centrali. La Fed comincerà per prima, per annunciare quasi certamente mercoledì il secondo rialzo dei tassi quest’anno. Ma gli occhi saranno tutti per la BCE il giorno dopo, anche se è certo che lascerà il costo del denaro a zero. Quello che investitori e mercati vogliono sapere da Mario Draghi è se confermerà che da settembre finisce lo stimolo o se prenderà tempo fino al prossimo meeting di luglio. Di sicuro, della data che segnerà la fine dello stimolo monetario si parlerà a Riga, in Lettonia, dove il 14 giugno si riuniscono i banchieri centrali dei 19 paesi dell’Eurozona. Lo hanno detto chiaramente nelle ultime ore il capo economista della BCE Peter Praet, ma anche il capo della Bundesbank Jens Wiedmann e il banchiere centrale olandese Klaas Knot, usando tutti toni da falco. Quello che non si sa è se verrà presa una decisione, se verrà comunicata e come.

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LA RISALITA DELL’EURO SOLO UNA CORREZIONE


Il movimento dell’euro degli ultimi 10 giorni, che da poco sopra 1,15 su dollaro si è rafforzato fino ad avvicinarsi a 1,18, secondo alcuni sta segnalando che l’annuncio della fine del QE europeo, più o meno graduale, è in arrivo. Probabilmente non si tratta di questo ma di una semplice correzione di un movimento troppo veloce al rialzo del dollaro. Questo non toglie che il compito di Mario Draghi non sia di quelli facili. A differenza del suo collega americano Jay Powell, che si muove spedito sulla strada del rialzo dei tassi e della normalizzazione monetaria, sull’onda di un’economia che viaggia alla grande e di un’inflazione che si è risvegliata. Il suo unico problema è se limitarsi a tre rialzi nel 2018 o farne quattro. Per Wall Street non sembra sia un problema.

FALCHI IN CERCA DI PRETESTI


Draghi invece deve mettere insieme cose che vanno poco d’accordo. Da un lato deve mettere la prua della nave sulla rotta del ritorno alla normalità monetaria, che vuol dire tassi reali in territorio positivo, cioè più alti dell’inflazione. Ma dall’altro deve garantire che la ripresa europea non perda spunto, e finora sembra che lo stimolo monetario resti un ingrediente importante. Negli ultimi tempi si è aggiunto per Super Mario un problema in più, che si chiama politica italiana. La tentazione dei falchi del Nord di forzargli la mano con l’effetto collaterale di far salire lo spread del BTP e aumentare così le difficoltà del nascente governo ‘populista’ italiano, che qualche inquietudine nelle elite europee le provoca. Contro Draghi i falchi potrebbero usare l’argomento che stia tentando di dare una mano ai suoi compatrioti, mettendolo così in una situazione imbarazzante.

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LA MASCELLA DI SUPERMARIO


Giovedì prossimo a Riga Draghi dovrà prima, davanti al Board, sfoderare in tutta la sua potenza la mascella grintosa che lo contraddistingue, anche fisicamente. Dopo in conferenza stampa dovrà dosare le parole con il bilancino del farmacista. Non potrà dire troppo poco, perché darebbe sfogo a ogni tipo di interpretazione. Ma non potrà dire neanche troppo, perché altrimenti rischia di dare alle speculazione, soprattutto quella sui titoli del debito pubblico, un obiettivo da colpire. Magari invece la conferenza stampa potrebbe essere l’occasione per raccontare qualcosa di quello che ha detto - e soprattutto ascoltato - nel recente incontro con Angela Merkel, magari per spiazzare falchi e critici. In ogni caso l’indicatore da guardare continuano a essere i titoli del debito, non l’euro, che vive di riflesso la storia del dollaro.
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