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Capro espiatorio o laboratorio?

Mentre dagli USA alla Cina prende forma il post-mondialismo, la coppia Macron-Merkel è in cerca di un capro espiatorio dello sfaldamento europeo. L’Italia è il candidato ideale, ma è una storia tutta da scrivere.

19 Marzo 2018 08:55
financialounge -  banche italiane cina Daniele Nouy elezioni Italia populismo Unione europea Weekly Bulletin
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La regola dell’ognuno per sé e padrone a casa sua, di cui abbiamo parlato diverse volte richiamandoci al ‘cuius regio eius religio’ del sacro romano imperatore Carlo V una settimana fa, continua a trovare conferme man mano che prende forma il nuovo assetto post-mondialista delle economie. Mentre in Europa ci si prepara tra le divisioni a una nuova stretta sui requisiti di capitale delle banche, sulla sponda opposta dell’Atlantico si viaggia spediti verso la deregulation, con il Senato che abbatte a 12 da 38 il numero delle grandi banche sottoposte a vigilanza rafforzata. America e Europa devono venir a capo di problemi molto diversi. Nel primo caso si tratta di liberare banche grandi, ma a dimensione sostanzialmente locale, del fardello di obblighi che giustamente rimangono per i colossi globali che costituiscono un potenziale rischio sistemico. Nel secondo non si tratta di rischi potenziali, ma di chiudere il capitolo di un danno già fatto, per evitare che si ripeta. L’addendum, ora ammorbidito, della capa della Vigilanza Nouy, punta infatti a prevenire un accumulo eccessivo di NPL nei bilanci delle banche che abbiamo visto in questi anni quali effetti devastanti possa avere sull’economia, soprattutto in Italia e in altri paesi del Sud Europa.

LE BANCHE, IL DEBITO E L’IMPERATORE


Anche la Cina ha un problema con le banche, e lo risolve, o ci prova, a modo suo. Le banche cinesi, quasi tutte di stato o comunque a controllo pubblico, hanno prestato troppo allegramente montagne di quattrini alle conglomerate nazionali che li hanno spesi in uno shopping sfrenato di asset di tutti i tipi, dall’auto al calcio, in giro per il mondo, soprattutto in Europa. C’è il rischio che non riescano a rientrare, e allora Pechino, con le buone o con le cattive, mettendoci anche qualche aiuto pubblico se necessario, costringe le conglomerate a vendere parte di quello che hanno comprato per ricondurre il debito entro limiti sostenibili. Non hanno bisogno di Basilee 3 o 4 né di Cet1 o Texas ratio, c’è un imperatore che comanda e chi non si adegua rischia di finire ammanettato in qualche aeroporto e sparire dalla circolazione per un po’ di tempo. Cuius regio eius religio: ti devi adeguare alla fede di chi comanda nel tuo paese. Certo, non è il massimo della democrazia, al confronto la Russia di Putin sembra l’Atene di Pericle, ma finora ha funzionato e probabilmente continuerà a funzionare.

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ALLA RICERCA DEL COLPEVOLE


La domanda è: qual è la religione ufficiale europea? Un mondialismo applicato solo in Europa, mentre il resto del mondo si cuce su misura le regole che ritiene più appropriate in materia non solo di banche, ma anche di ambiente, tariffe e dazi, politiche dell’immigrazione, difesa, e via dicendo? Appena ottenuta la fiducia del Bundestag (con meno voti di quelli che aveva sulla carta) Angela Merkel è volata da Emmanuel Macron per far ripartire il treno della rifondazione europea sull’asse franco-tedesco. Il sentiero tracciato sulla road map è stretto e insidioso, soprattutto non concede molto tempo. Alle elezioni europee, da cui potrebbe uscire un parlamento a maggioranza euro-scettica, manca poco più di un anno, e pochi mesi dopo finisce la supplenza del Governatore d’Europa Mario Draghi. I due sembrano più preoccupati di trovare in anticipo un capro espiatorio per il prevedibile fallimento che seriamente impegnati a replicare i grandi del passato, tipo Kohl e Mitterrand. Ci sono i capri espiatori ovvi, che portano il nome di Donald Trump e Vladimir Putin, ma dai resoconti del weekend sembra che a Parigi i due ne abbiano trovato uno perfetto, che si chiama Italia.

UNO STRAPUNTINO PER DUE


Per il duetto, il nemico da sconfiggere si chiama populismo. I malumori dell’elettorato, non solo italiano ma di molti altri paesi europei, non è una voce da ascoltare e capire dando risposte che allarghino il consenso sulla necessità di andare avanti nella costruzione europea, ma un nemico da abbattere. Il problema è che così la piattaforma della ricostruzione europea diventa sempre più piccola, uno strapuntino dove c’è posto solo per i nostri due, o quasi. C’è da dire che l’Italia ha messo del suo per finire nello scomodo posto dell’imputato a cui dare la colpa di un possibile fallimento europeo. Ha sostanzialmente buttato alle ortiche un quarto di secolo. Nel 1993, con il referendum di Mariotto Segni, sembrava venisse scritta la prima pagina di un nuovo capitolo di modernizzazione per trovare un posto adeguato del mondo post-muro di Berlino. Una generazione dopo, abbiamo sprecato quasi tutte le occasioni per farlo, a cominciare dalla bonanza del basso costo del denaro grazie all’euro, che ci avrebbe permesso di abbattere il debito e che invece abbiamo utilizzato per investire nell’inefficienza di una macchina pubblica che ogni anno sottrae qualche punto di PIL alla crescita.

APPROFONDIMENTO
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BOTTOM LINE


Le elezioni del 4 marzo hanno scritto l’ultima pagina di una storia lunga 25 anni fatta di decadenza economica, culturale e sociale? Oppure ci si può leggere molto tra le righe l’inizio di una storia nuova, di cui per ora sappiamo solo che un capitolo è stato definitivamente chiuso? Il giudizio dei mercati è sospeso, il che può anche essere interpretato come un’apertura di credito. Possiamo finire giustiziati come colpevoli del naufragio europeo, ma magari anche diventare il laboratorio della nuova Europa post-mondialista.

(dalla rubrica “Caffè scorretto” della newsletter settimanale di FinanciaLounge)
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