Basilea IV

International Editor’s Picks – 12 settembre 2016

12 Settembre 2016 09:35
financialounge -  Basilea IV Brexit giappone grecia
financialounge -  Basilea IV Brexit giappone grecia
Anche sui requisiti di capitale cambia il vento
Sembra proprio che tra le banche centrali globali sia in corso un ripensamento altrettanto globale, non solo sui tassi. Daniel Tarullo, meglio noto come lo Zar regolatorio della Fed, si schiera con le banche di tutti i continenti e contro i suoi colleghi di Basilea, dove ha sede la Banca dei Regolamenti Internazionali di cui lo stesso Tarullo è un autorevolissimo esponente, per chiedere uno stop ai requisiti di capitali sempre più elevati, che potrebbero essere introdotti da Basilea IV. In un’intervista a CNBC Tarullo ha dichiarato: “sono d’accordo sul fatto che il Comitato di Basilea non debba ulteriormente alzare i requisiti di capitale”. Un commento particolarmente significativo, nota il WSJ, perchè proprio Tarullo e altri suoi colleghi della Fed erano stati tra i sostenitori più aggressivi di requisiti sempre più alti, soprattutto per le banche USA che infatti hanno mantenuto livelli più elevati rispetto alle rivali europee. Quella di Tarullo sembra una risposta positiva alla richiesta fatta la settimana scorsa dalle associazioni bancarie di Europa, Giappone e Canada che chiedevano alla BRI di non alzare ulteriormente l’asticella altrimenti sarebbe diventato impossibile erogare credito a famiglie e imprese.

Perché il Giappone non è la Grecia?
La risposta la troviamo in un paio di tabelline sul rapporto tra debito e PIL dei vari paesi del mondo realizzate da Deutsche Bank e pubblicate da Business Insider. Giappone e Grecia hanno in comune di essere rispettivamente il numero uno e il numero due nella classifica mondiale del rapporto più alto del debito pubblico misurato come percentuale del reddito nazionale. Siamo al 230% per il paese del Sol Levante e al 180% per la culla della civiltà occidentale, che nella versione moderna ha rischiato di far saltare la moneta unica europea proprio a causa del suo insostenibile debito. Ma perché allora quello nipponico, pure più elevato, non è percepito dai mercati come insostenibile? Perché, tornando alla tabellina di Deutsche in Giappone da una parte c’è lo Stato indebitato, e dall’altra ci sono i giapponesi (privati, banche e la stessa banca centrale) nella parte dei creditori. Hanno in mano oltre il 90% del debito pubblico. Praticamente quello che è un meno nella tasca sinistra è un più nella destra. Non così in Grecia, dove la quota di debito che si trova in tasche straniere sfiora il 90%. Il che fa tutta la differenza. La tabellina di DB sfata anche altre leggende metropolitane. Come quella secondo cui la Cina terrebbe gli Stati Uniti per i cosiddetti perché ha in mano il debito americano. Il 70% del debito a stelle e strisce è saldamente in mani americane. I cinesi, è vero, ne detengono una fetta importante, ma solo del restante 30%.

La Brexit ha fatto bene alla carta stampata
Almeno in Gran Bretagna. Giugno infatti, con la campagna infuocata sul Referendum, è stato un mese d’oro per i maggiori quotidiani londinesi, con le vendite del Times schizzate del 15%, secondo i dati dell’Audit Bureau of Circulation riportati dal Financial Times. Il Guardian ha aumentato del 3,6% e il Sun del 2,6%. Anche per le televisioni la Brexit è stata una manna con dati di audience in rialzo per i telegiornali, a cominciare dalla BBC. E non è solo un fenomeno quantitativo, ma anche qualitativo. Nei tempi di Facebook e di Twitter, quando sono in ballo scelte fondamentali e importanti per tutti, la gente si rivolge, per essere informata, alle fonti di informazione tradizionali e più autorevoli. “I lettori e il pubblico in generale si rivolgono ai brand della comunicazione che ritengono più affidabili — soprattutto la BBC e i giornali di opinione — in tempi di crisi o quando vanno in cerca di analisi approfondite,” ha commentato proprio sul FT Douglas McCabe, analista della società specializzata Enders. “Si poteva immaginare che i talk show televisivi e i social media fossero i fattori critici per il Referendum, che invece si è rivelato soprattutto un evento da carta stampata.”
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