Mercati e crisi di nervi: chi guadagna e chi perde

Brexit
4 Luglio 2016 - 0:05

Sulla Brexit e sulla conseguente crisi di nervi dei mercati finanziari è stato scritto di tutto. Ma forse non è troppo tardi per cercare di imparare da questo ennesimo caso di apparente schizofrenia qualche lezione da tenere nel cassetto per il futuro.

È dal 2010, quando sono arrivate le prime avvisaglie della crisi della Grecia che non riusciva più a sostenere il peso del debito, che le Borse europee reagiscono soprattutto a un fattore: il cosiddetto rischio geopolitico. Vale a dire il rischio che la sempre più complessa (e sempre più delicata) costruzione europea messa insieme in 70 anni possa in pochi mesi o settimane crollare come un castello di carte in Europa continua ad essere un driver chiave per la volatilità del mercato globale.

Ogni volta i mercati, però, svolgono il tema in un modo diverso, anche se l’argomento è sempre lo stesso. Una volta il protagonista è lo spread, vale a dire il maggior costo che paga sul debito l’Italia, o altri paesi del Sud Europa, rispetto alla Germania. Più è alto lo spread, più è alta la febbre del malato, e più la gente vende. Un’altra volta il protagonista sono le banche, sono il pilastro dell’economia, in Europa come nel resto del mondo, e se arriva un terremoto devastante sono le prime ad andare giù. Di solito, almeno così è andata fino ad oggi, i mercati anticipano qualcosa che poi non succede. E infatti, come giustamente rileva Morgan Stanley Investment Management in un recente report, passato il panico tornano dove erano prima, anzi di solito un po’ più su, almeno in termini di indici generali.

Questo vuol dire che per i grandi investitori e speculatori queste scosse telluriche sono un’occasione prima per disfarsi di azioni (o altri strumenti finanziari) i cui prezzi erano saliti un po’ troppo, e poi per ricomprarle a un prezzo più basso guadagnandoci. Loro guadagnano ma chi perde? Chi arriva quando la crisi è già sulle prime pagine dei giornali e sui titoli dei TG da qualche giorno, si spaventa ben bene, e vende prima che arrivi la fine del mondo. Che poi non arriva, ma intanto ha venduto ai minimi, di solito rimettendoci. Poi a crisi passata e prezzi risaliti magari si convince, anche qui aiutato da qualche titolone, che tutto va bene e continuerà così, e corre a comprare. Ovviamente a questo punto i prezzi sono sui massimi. Il contrario di quello che dovrebbe fare un investitore accorto e ben consigliato.

Adesso a Brexit successa possiamo vedere che di concreto non è successo molto, anzi quasi niente, a parte i crolli sui mercati. Come quelli che si sono succeduti tra la fine dell’estate del 2015 e febbraio del 2016, anche qui alimentati da aspettative di disastri che poi non si sono verificati: timori legati prima alla svalutazione dello yuan cinese e poi ad attese di una raffica di rialzi dei tassi di interesse da parte della Fed americana. Quando a marzo tutti si sono accorti che il mondo era ancora al suo posto e continuava a girare è tornato il bel tempo fino alla prossima occasione, di cui siamo stati testimoni il 23 giugno. Ovviamente quello che è successo in passato non vuol dire che si ripeta in futuro, ma ricordarsi la storia a qualcosa serve.