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International Editor’s Picks - 28 settembre 2015

28 Settembre 2015 10:35

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trong>Arriva la earning recession?
Mercoledì finisce il terzo trimestre e Wall Street si prepara a risultati non proprio esaltanti. Tanto che, che scrive la Reuters, è già stato coniato il termine per descrivere cosa si aspettano alcuni analisti di mercato: una earning recession, recessione degli utili. Molti analisti infatti hanno già tagliato le stime, il che vuol dire che titoli già giudicati abbastanza costosi lo diventerebbero ancora di più. Il consenso sugli utili del terzo trimestre per le società quotate sull’S&P 500 puntano a un calo del 3,9 per cento rispetto a un anno fa, con metà del listino che accusa la caduta del prezzo del petrolio, il dollaro forte e una domanda globale indebolita. E sono in calo anche le attese per i trimestri successivi, che a dodici mesi sono di un meno 2 per cento, il livello più basso dalla fine del 2009.

Uno spettro si aggira sui mercati
È la death cross, l’incrocio mortale, una delle figure più note agli analisti tecnici. Si verifica quando la media mobile a 50 giorni del grafico di un titolo o un indice rompe al ribasso la linea della media mobile a 200 giorni. È uno dei segnali ribassisti più forti. Il problema con la death cross è che quando si realizza è tardi, bisogna cercare di capirlo prima. TheStreet ha lanciato l’allarme death cross su cinque mercati: Giappone, Cina, USA, Germania e India. Nikkei, Shanghai Composite, Dax, Nasdaq e Bse di Bombai registrano tutte una linea della media mobile a 50 giorni che si sta pericolosamente avvicinando come un falco in picchiata sulla linea della media mobile a 200. Magari la buca di slancio, magari rimbalza violentemente quando sta per sfiorarla, magari fa una falsa rottura. Chi indovina vince.

Se la Cina sta collassando Nike non se ne è accorta
Lo scrive Steve Schaefer su Forbes, notando che l’economia del grande paese in realtà è in transizione da un modello di crescita basato sulle grandi infrastrutture a un nuovo trend guidato dai consumi. E cita il caso di Nike a supporto, osservando che nel trimestre ad agosto la casa produttrice di articoli sportivi ha messo a segno un aumento delle vendite del 30% nella cosiddetta Grande Cina, non proprio quello che ci si potrebbe aspettare da un’economia descritta da molti come sull’orlo dell’abisso. Nike fa in Cina il 10% del suo fatturato globale mentre in termini di utili il contributo cinese si sta avvicinando a quello del mercato europeo. Ma soprattutto, il profit fatto in Cina da Nike viaggia a tassi di crescita superiori al 50%, contro un calo del 4% in Europa.

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