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Lavoro, per l’OCSE quello precario crea disuguaglianza

5 Giugno 2015 10:15
financialounge -  italia occupazione OCSE
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I dati Istat di aprile sono stati piuttosto incoraggianti ma è necessario che siano confermati nei prossimi mesi. Resta il fatto che nel quarto mese di quest’anno sono stati registrati 159 mila nuovi occupati in Italia, facendo scendere il tasso di disoccupazione al 12,4%. In contrazione anche gli inattivi: negli ultimi 12 mesi sono calati di 328 mila unità con i giovani e le donne che sono tornati a cercare (e, in diversi casi, a trovare) un’occupazione.
Tuttavia, sebbene fonti del Ministero del Lavoro abbiano sottolineato (senza però diffondere numeri precisi) che è in atto una stabilizzazione dei contratti e che gli impieghi a tempo indeterminato tendano a crescere, molti nuovi (e vecchi) posti di lavoro sono di tipo precario. Proprio questo aspetto è stato duramente criticato dall’OCSE che, nel suo ultimo rapporto, ha sostenuto che la diffusione del lavoro part time, degli impieghi precari, temporanei e autonomi sarebbe stato uno dei fattori chiave nella crescita della disuguaglianza nelle economie più sviluppate.
Secondo l’indagine («In It Together: Why Less Inequality Benefits All») oltre la metà dei posti di lavoro creati nei Paesi più avanzati (le nazioni OCSE) rientrano nelle categorie sopracitate. Ne deriva un’ampia massa di lavoratori a tempo determinato con scarse competenze che ricevono mediamente retribuzioni più basse rispetto a coloro che possono contare su contratti a tempo determinato.
“I giovani sono i più colpiti. Il 40% di essi si trova nella condizione di non avere un lavoro standard. Quasi la metà dei lavoratori temporanei ha meno di 30 anni. Il riflesso più evidente si manifesta proprio nella crescita della disuguaglianza” ha dichiarato in nota ufficiale il Segretario Generale dell’Organizzazione José Ángel Gurría che ha poi aggiunto: “La disparità economica ha raggiunto tassi da record in molte nazioni dell’OCSE (dove il 10% più ricco della popolazione accumula un reddito 9,6 volte superiore al 10% più povero con una crescita rispetto al rapporto di 9 a 1 registrato nel primo decennio del XXI secolo e al divario di 7 a 1 evidenziatosi negli anni ’80) mantenendosi, al tempo stesso, su livelli molto alti nelle economie emergenti”.
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