Andrew Harmstone

Tassi Fed, il pericolo di un aumento delle bolle speculative

9 Aprile 2015 12:10
financialounge -  Andrew Harmstone bolla speculativa dollaro tassi di interesse
financialounge -  Andrew Harmstone bolla speculativa dollaro tassi di interesse
È probabile che, in corrispondenza di ogni rialzo dei tassi da parte della Fed (benché di modesta entità e graduato nel tempo), si manifestino sui mercati picchi di volatilità. In parallelo, invece, tenderanno a crescere sia i pericoli derivanti da un’esposizione eccessiva alle asset class più rischiose e sia le bolle speculative alimentate da tassi obbligazionari tendenti allo zero.
È convinto di questo scenario Andrew Harmstone, Managing Director Portfolio Manager Global Balanced Risk Controlled (GBaR) Strategy.
“Attualmente la Federal Reserve (Fed) è focalizzata sul metodo di rimozione del «cerotto monetario» che ha applicato all’economia statunitense, ovvero sulla normalizzazione della politica dei tassi di interesse, e sta optando per mosse graduali. Un importante rischio di questa politica di mantenimento di bassi tassi d’interesse per un lungo periodo è il potenziale, che generalmente si concretizza, di distorsione delle decisioni d’investimento che, a sua volta, potrebbe causare bolle sui titoli, poiché gli investitori si concentrano in classi di attivo a maggior rischio, considerato che i rendimenti di quelle “sicure”, come i titoli di Stato, vengono tenuti artificialmente «troppo bassi» dalla politica della Fed” spiega Andrew Harmstone per il quale la lenta normalizzazione dei tassi d’interesse comporta un secondo rischio, ovvero l’ampliamento del periodo in cui i tassi statunitensi vengono riequilibrati al fine di aumentare di livello rispetto a quelli dei partner commerciali, un fenomeno che tende a incentivare l’apprezzamento del dollaro USA.

L’apprezzamento della divisa americana, congiuntamente con una situazione in cui la domanda interna è più sostenuta di quella dei principali partner commerciali, può causare il peggioramento del disavanzo delle partite correnti statunitensi, che attualmente si aggira sui 431 miliardi di dollari, poco sotto il 2,5% annuo. Questo valore non costituisce un problema, se si considerano le diffuse previsioni di una crescita dell’economia in termini reali di circa il 3% per il prossimo anno. Tuttavia, un continuo apprezzamento del dollaro a livelli che minacciano un ulteriore incremento del disavanzo potrebbe avere un risvolto diverso. Essenzialmente lo squilibrio tra la deflazione e una domanda inadeguata in Europa e in Giappone verrebbe sostituito da un altro squilibrio della parte corrente statunitense.

“Uno dei possibili modi per la Fed di rallentare l’apprezzamento del dollaro consisterebbe nel posticipare ulteriormente, o nell’estendere, il periodo di normalizzazione dei tassi d’interesse statunitensi: strada che sembra aver scelto e che prolungherebbe il dolore dell’adeguamento dei tassi d’interesse e della distorsione nell’allocazione del rischio delle risorse” sostiene Andrew Harmstone secondo il quale esiste anche una possibile alternativa (però di difficile attuazione) che, allo stesso tempo, consentirebbe una normalizzazione dei tassi più rapida e proteggerebbe l’economia statunitense dall’apprezzamento del dollaro: si tratta di un intervento valutario coordinato delle principali banche centrali per indebolire il biglietto verde. In sintesi, finché il dollaro rimane estremamente sensibile alla normalizzazione dei tassi d’interesse statunitensi, la rapida rimozione del «cerotto monetario», in un’unica volta, appare improbabile. Sarà così se le banche centrali mondiali non attuano un intervento valutario coordinato per stabilizzare il dollaro in presenza di una politica monetaria statunitense molto più restrittiva.
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