asset allocation

L’antidoto della diversificazione intelligente

11 Febbraio 2015 - 10:30
financialounge - news
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La gestione attiva è indispensabile perché il rischio della flessibilità è inferiore al rischio di stare fermi ed aspettare e, poiché la volatilità comporta un premio alla selezione dei singoli titoli e al momento di ingresso, la flessibilità e la rapidità del gestore sono cruciali nella generazione del rendimento.
La diversificazione intelligente costituisce infatti, con l’orizzonte temporale, l’unico antidoto efficace contro la forte incertezza riducendo il rischio complessivo dell’investimento.
Può essere sintetizzato così il commento analitico L’Alpha e Beta del 9 febbraio a cura di Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global, che parte da una considerazione: in questo periodo, le idee d’investimento delle case di gestione non si assomigliano come, invece, avviene di solito.

“Le interpretazioni dello scenario di mercato si distanziano, divergono le opinioni sulla forza dei listini americani ed europei, sui tassi americani, sulle conseguenze del prezzo del petrolio e del dollaro forte. Sono solo alcuni dei molti elementi sui quali si sofferma l’analisi degli operatori, soprattutto in queste settimane di inizio anno nelle quali si decidono le allocazioni tra le diverse classi di attivo. Il concetto alla base della costruzione dei portafogli, giova ricordarlo, è la composizione delle diverse classi di attivo in base ai rapporti di correlazione che tra loro intercorrono. È la via maestra della diversificazione che a fronte dell’incremento delle fonti di rischio attenua il rischio complessivo. È uno dei pilastri della teoria del portafoglio, probabilmente familiare anche a molti risparmiatori” sostiene Carlo Benetti, il cui riferimento è agli studi effettuati da Brinson, Hood e Beebower (BHB per brevità) che, per primi, indagarono il contributo alla performance dato dalle scelte di diversificazione tra varie classi di attivo, in altre parole il ruolo dell’asset allocation strategica nella creazione del rendimento.

Nel 1991 Brinson, Hood e Brian D. Singer pubblicarono un aggiornamento del loro studio del 1986 analizzando le performance dei fondi pensione dal 1977 al 1987 confermando sostanzialmente il risultato di cinque anni prima: nel lungo termine l’asset allocation risultava decisiva per il 91,5% (anziché il 93,6% precedente).
Il lavoro di BHB occupa un ruolo preminente nella teoria della gestione perché descrive in modo analitico le quattro fasi della costruzione di qualsiasi portafoglio di investimento:

1) per prima cosa si decide quali classi di attivo includere, quali escludere;

2) quindi si procede a valutare i pesi relativi attribuibili a ciascuna classe di attivo nel lungo periodo;

3) la terza decisione è relativa alla correzione dei pesi relativi nel breve termine per catturare gli extra rendimenti generati dalle variazioni dei prezzi (market timing);

4) l’ultima decisione riguarda la scelta dei singoli titoli per ottimizzare il rendimento all’interno delle singole classi di attivo (security selection).

Le serie storiche dei mercati negli ultimi cento anni mostrano un rendimento medio annuo di un portafoglio sintetico (composto per il 60% di azioni e per il 40% di obbligazioni) attorno all’8,4%: è un risultato che avvalora le conclusioni di BHB.
Tuttavia emergono due importanti punti critici come spiega Carlo Benetti: “Un orizzonte temporale di un secolo non è nella disponibilità della gran parte dei risparmiatori e, soprattutto, le trasformazioni epocali in corso rendono inaffidabili le serie storiche. Ecco perché non si può prescindere dalla gestione attiva: l’alternativa è stare fermi ed aspettare subendo, in tal modo, maggiori rischi potenziali”.


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