crescita economica

Rendimenti attesi inferiori ma preferenza all'equity

26 Novembre 2014 - 13:00
financialounge - news
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Il rendimento annuo atteso delle azioni in un orizzonte di cinque anni è attorno al 7%, al di sotto della media storica che negli ultimi vent’anni è attorno a 9% (9,9% da inizio ‘900), ma superiore alla media degli ultimi dieci anni (4,4%) e, soprattutto, ancora interessante in rapporto al rendimento atteso di 1,2% delle obbligazioni, a sua volta inferiore alla media ventennale di 3,4%.

In questo scenario Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global ribadisce, nel commento analitico L’Alpha e Beta del 24 novembre, il proprio favore verso le azioni mentre suggerisce prudenza sulle obbligazioni ad elevato rendimento che stanno incorporando rischi superiori alla remunerazione, con particolare attenzione alle emissioni di società USA legate al ciclo dell’estrazione di petrolio dalle rocce argillose.

Una raccomandazione valida sia che i mercati continuino ad essere guidati dalle mosse delle principali banche centrali mondiali piuttosto che dalla "stagnazione secolare". Quest’ultima, proposta dall’ex segretario al Tesoro americano Lawrence Summers, oggi professore ad Harvard, non è una teoria nuova, ma la riproposizione, aggiornata, di quanto prospettato verso la fine degli anni ’30 dall’economista keynesiano Alvin Hansen. In breve, la stagnazione secolare preconizza un rallentamento strutturale della crescita dovuto all’invecchiamento della popolazione, alla minore propensione al consumo in funzione dell’aumento dei redditi, al peso decrescente degli investimenti in impianti e macchinari pesanti. Questi fattori combinati con l’emersione della competizione globale con le economie emergenti ha avuto l’effetto di portare i tassi ai minimi storici.

“Non c’è modo di stabilire se siamo davvero all’alba di una stagnazione pluridecennale o se invece viviamo in una fase di debolezza del ciclo economico: le banche centrali stanno cercando in tutti i modi di stimolare la crescita e non conosciamo ancora gli effetti di lungo periodo dell’innovazione tecnologica nella nuova rivoluzione industriale” puntualizza Carlo Benetti che però tiene a snocciolare i dati di crescita attesi: “Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’anno in corso una crescita globale del 3,3% e del 3,8% nel 2015. Nonostante si tratti di stime riviste al ribasso, non si discostano dalla media di crescita annua registrata tra il 1990 e il 2007 quando il mondo cresceva ad un tasso di poco superiore al tre per cento”.

Insomma la teoria della "stagnazione secolare" non vale per l’economia globale ma solo per le economie avanzate: anzi, a vedere bene, l’unico vero malato del mondo è l’Europa. Infatti mentre gli USA sono tornati a registrare una buona crescita, altre aree del mondo hanno ben compreso che le nuove regole della competizione globale impongono cooperazioni sovranazionali: ed ecco il Mencosur, il mercato comune dell’America Latina, l’Unione Africana, l’Asean dei paesi asiatici.

“Posto che si sia tutti d’accordo sul fatto che non sia umanamente possibile, né ragionevole, fare previsioni sui movimenti di mercato a breve termine, non emergono elementi che suggeriscano sostanziali modifiche alle scelte di portafoglio di lungo termine, nonostante la correzione, nonostante il fascino della teoria della stagnazione secolare” conclude Carlo Benetti.

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